Covid, individuati nuovi “super diffusori” in base all’età

Chi sono i "super diffusori" Covid, individuata fascia di età che presenta maggiori probabilità di diffondere il virus

Uno studio che ha analizzato la diffusione del Covid-19 negli Stati Uniti ha individuato un nuovo gruppo di “super diffusori”, ovvero una categoria di persone – distinte in base all’età – che hanno contribuito maggiormente alla trasmissione del virus negli ultimi mesi del 2020. La ricerca è stata pubblicata su Science ed è stata condotta da un gruppo di ricercatori dell’Imperial College di Londra, che hanno analizzato i nuovi dati relativi al numero di contagi a partire dalla metà del 2020 e fino a ottobre dello stesso anno, arco di tempo in cui il numero di positivi è tornato a salire dopo la pesudo-tregua estiva.

L’analisi ha tenuto conto dei dati aggregati sulla mobilità di oltre 10 milioni di individui negli Stati Uniti ed ha dimostrato che ogni 100 infezioni di Covid-19 ben 65 di queste riguardavano individui di età compresa tra 20 e 49 anni.

Covid, individuati nuovi “super diffusori”: lo studio

Come sappiamo, dopo un calo registrato in estate, si è verificata una nuova impennata dei contagi Covid sia negli Stati Uniti che in Europa a fine 2020. Poiché il controllo della diffusione della malattia è diventato di nuovo un fattore importante (in quanto guida le principali mosse dei Governi), la comprensione dei dati demografici, legati all’età, sulla trasmissione del virus è cruciale, anche perché influenza l’allentamento o l’inasprimento delle restrizioni anti-Covid in tutto il mondo (dal divieto degli spostamenti alla chiusura delle attività, fino a coinvolgere l’apertura delle scuole).

Lo studio portato avanti dall’Imperial College di Londra, partendo da questa consapevolezza, ha analizzato le tendenze di mobilità aggregate e specifiche per età di oltre 10 milioni di individui negli Stati Uniti e le ha collegate meccanicamente ai dati di mortalità Covid-19, anche questi specifici per età. In pratica i ricercatori in questo caso hanno tenuto conto di come e dove la gente ha iniziato a muoversi in tutto il Paese e, distinguendo i gruppi in base all’età, ha comparato i risultati ottenuti con quelli relativi ai contagi e ai decessi per Covid.

Da questa analisi, allora, è stato riscontrato che a partire da ottobre 2020, gli individui di età compresa tra 20 e 49 anni sono stati gli unici gruppi di età a sostenere la trasmissione di SARS-CoV-2, con tassi di riproduzione ben superiori a uno, infatti su 100 infezioni da Covid almeno 65 provenivano da individui di età compresa – appunto – tra 20 e 49 anni negli Stati Uniti.

Si tratta quindi di veri e propri “super diffusori”, per i quali gli studiosi hanno suggerito interventi ad hoc, così da prevenire le morti attribuibili al Coronavirus. Per questo motivo, è stato suggerito, la campagna vaccinale dovrebbe essere rivista tenendo conto di questi dati, includendo – prioritariamente – le fasce di età che, come dimostrato, più si muovono e contribuiscono maggiormente alla diffusione del virus.

Perché si tratta di una scoperta importante

Come ha dichiarato dott.ssa Melodie Monod, che ha preso parte allo studio dell’Imperial College di Londra, “gli adulti di età compresa tra i 20 ei 49 anni sono il principale motore dell’epidemia e sono gli unici gruppi di età che contribuiscono in modo sproporzionato alla diffusione rispetto alla popolazione”.

Questa scoperta, di fatto, aiuta tantissimo nella lotta al Coronavirus poiché permette di fare un grande passo in avanti nella comprensione delle dinamiche del virus poiché, per la prima volta, si è tenuto conto delle fasce di età coinvolte e della loro pericolosità. In secondo luogo, come spiegato dal dottor Oliver Ratmann, anche lui facente parte del team di ricerca, “questo studio è importante perché ha dimostrato che gli adulti di età compresa tra 20 e 49 anni sono gli unici gruppi di età che hanno costantemente sostenuto la diffusione del Covid-19 negli Stati Uniti, nonostante le grandi variazioni nella scala e la tempistica delle epidemie locali. Pertanto, almeno laddove non siano state stabilite varianti altamente trasmissibili, ulteriori interventi mirati alla fascia di età 20-49 potrebbero tenere sotto controllo epidemie ricorrenti e scongiurare decessi”.

Non a caso, durante la fase iniziale di diffusione del virus, il numero di contagi è diminuito fortemente tra gli individui di età compresa tra i 18 ei 24 anni in quasi tutti gli Stati e le aree metropolitane analizzate, mentre – va ricordato – in quel periodo tra le fasce a rischio rientravano i soggetti di età superiore ai 50/60 anni. Successivamente invece, quando gli Stati hanno iniziato ad allentare le restrizioni, si è registrato un nuovo aumento di positivi tra gli individui di età compresa tra i 18 ei 24 anni, in linea con le politiche di riapertura di ristoranti, night club e altri locali.

Nell’ultima settimana di osservazione risalente ad ottobre 2020, per fare un altro esempio, lo studio ha dimostrato che un numero di contagi più alti è stato rilevato tra gli individui di età compresa tra 35 e 49 anni. Con le scuole chiuse, che in quel periodo limitano la mobilità di bambini e adolescenti (0/19 anni), quelli che hanno contribuito a mantenere alta la trasmissibilità del virus sono stati gli individui che hanno iniziato a muoversi per motivi di lavoro. Ciò suggerisce che ulteriori interventi sugli adulti di età compresa tra 20 e 49 anni, inclusa la vaccinazione di massa rapida (se i vaccini si dimostrano in grado di bloccare la trasmissione), potrebbero tenere sotto controllo le ricorrenti epidemie di Covid nei singoli Paesi.

Il problema degli asintomatici e i limiti dello studio

La ricerca portata avanti dall’Imperial College di Londra, però, non ha tenuto conto degli asintomatici. Le analisi demografiche, infatti, hanno dimostrato che tra gli individui di età compresa tra i 20 i 29 anni si è concentrato il maggior numero di positivi, suggerendo quindi che i giovani adulti potrebbero essere alla base della ripresa della pandemia. Tuttavia, i dati sui casi Covid accertati e riportati potrebbero non essere un indicatore affidabile della diffusione della malattia stessa, proprio a causa dell’elevata percentuale di asintomatici.

Inoltre, dalla prima fase pandemica (marzo-maggio 2020) alla seconda fase (giugno-ottobre 2020) sono anche aumentati i test Covid ed è cambiato il tracciamento. Diventa quindi difficile avere dei dati di riferimento per specifiche fasce di età relativi a inizio anno da poter paragonare con quelli registrati dopo.

In questo studio, infatti, sono stati utilizzati dati dettagliati sulla mobilità della popolazione, longitudinali e specifici per età e tasso di mortalità, che hanno permesso di valutare il modo in cui gli interventi, il cambiamento dell’intensità dei contatti (con l’introduzione di divieti e limitazione degli spostamenti), l’età e altri fattori sociali hanno interagito e hanno causato la maggiore diffusione della malattia.

Simile a molte altre malattie respiratorie, la diffusione del SARS-CoV-2 avviene principalmente attraverso lo stretto contatto umano e i contatti, dall’inizio della pandemia ad oggi, sono cambiati sostanzialmente.

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