Coronavirus, la vitamina D “protegge” dal virus? Cosa dice l’evidenza scientifica

Vitamina D e Covid, quale nesso c'è? A inizio pandemia erano emerse già le prime evidenze scientifiche in merito a una correlazione tra vitamina D e Coronavirus

Vitamina D e Covid, quale nesso c’è? A inizio pandemia erano emerse già le prime evidenze scientifiche in merito a una correlazione tra vitamina D e Coronavirus. E cioè, chi ha carenza di vitamina D avrebbe un rischio maggiore di contrarre il virus. Ora, una nuova ricerca giunge alla stessa conclusione.

Covid e vitamina D, quale relazione

La carenza di vitamina D aumenta il rischio di contrarre l’infezione da Covid-19 di più del doppio, secondo una ricerca pubblicata sulla rivista Plos One.

In uno studio su oltre 190mila persone sottoposte a tampone per Covid, quasi il 13% di quelli con livelli di vitamina D inferiori a quelli raccomandati è risultato positivo al Coronavirus. Al contrario, poco più dell’8% di quelli con livelli “adeguati” di vitamina D e solo il 6% di quelli con livelli elevati è risultato positivo al virus.

Mentre arriva la conferma sul ruolo degli asintomatici, i ricercatori hanno scoperto che le persone con livelli “carenti” di vitamina D avevano il 54% in più di rischio di contrarre il Coronavirus.

“Il semplice fatto di andare in farmacia, acquistare un integratore di vitamina D e assumerlo può ridurre significativamente il rischio di contrarre questa malattia mortale”, ha detto il coautore dello studio, Michael F. Holick, professore di Fisiologia, Biofisica e Medicina molecolare alla Boston University. “Questo è buono, se non migliore, di quanto qualsiasi potenziale vaccino farà in termini di protezione”.

Si ritiene che la vitamina D aumenti le funzioni del sistema immunitario e recenti ricerche hanno suggerito che può aiutare a proteggere dalle infezioni respiratorie, come l’influenza e, appunto, il Coronavirus.

Nella loro analisi, Holik e i suoi colleghi hanno scoperto che il 12,5% delle persone con meno di 20 nanogrammi per millilitro di vitamina D nel sangue, definito “carente”, è risultato positivo al Covid, mentre l’8,1% di quelle con 30 a 34 nanogrammi per millilitro, o “adeguato”, aveva contratto il virus. Nel complesso, il 5,9% delle persone con livelli più alti – 55 nanogrammi per millilitro o più – di vitamina D nel sangue è risultato positivo.

Vitamina D, le dosi raccomandate per adulti e bambini

La ricerca suggerisce che fino al 40% delle persone ha una carenza di vitamina D, mentre fino al 60% ha livelli insufficienti di vitamine.

Per la maggior parte delle persone, l’esposizione alla luce solare (riguardo al Covid proprio una luce a led blu potentissima e i raggi ultravioletti sarebbero in grado di annientare il virus) è la fonte primaria di vitamina D e la maggior parte delle persone negli Stati Uniti settentrionali, ad esempio non è in grado di produrre livelli sufficienti da novembre a metà marzo proprio a causa della mancanza di luce solare. Anche una tipica dieta sana non fornisce livelli sufficienti, purtroppo.

La Endocrine Society raccomanda che venga assunta giornalmente questa quantità di vitamina D:

  • neonati e bambini: da 400 a 1.000 UI (Unità Internazionale, dove 100 UI = 2,5 μg)
  • adolescenti e adulti: da 1.500 a 2.000 UI (media di 0,15 μg)

A dimostrare il ruolo importante della vitamina D per primi, mesi fa, erano stati i professori Giancarlo Isaia ed Enzo Medico dell’Università degli Studi di Torino. Sulla base di numerose evidenze scientifiche e di considerazioni epidemiologiche, risulta infatti che adeguati livelli di vitamina D siano necessari prima di tutto per prevenire le numerose patologie croniche che possono ridurre l’aspettativa di vita nelle persone anziane, ma anche per determinare una maggiore resistenza al Coronavirus.

Vitamina D, quali cibi ne hanno di più

La vitamina D può essere sintetizzata dalla cute, per effetto delle radiazioni ultraviolette emesse dalla luce solare, oppure assunta con i cibi.

Posto che è molto importante fare attenzione alle dosi assunte, perché elevate quantità di vitamina D potrebbero diventare pericolose per la salute, la vitamina D è scarsamente presente negli alimenti. L’unica eccezione è data dall’olio di fegato di merluzzo.

Ecco quali sono gli alimenti che ne contengono più (gli indicatori sono intesi per 100 grammi di prodotto, ed espressi in microgrammi, il cui simbolo è µg):

  • olio di fegato di merluzzo: 250 μg/100 g
  • trota salmonata: 15,9 μg/100 g
  • salmone: fresco 10,9 μg/100 g, affumicato 17,1 μg/100 g, in scatola 15 μg/100 g
  • pesce spada: 13,9 μg/100 g
  • sgombro: 13,8 μg/100 g
  • uova: 5,4 μg/100 g
  • aringa: 4,2 μg/100 g
  • sardine: 4,8 μg/100 g
  • tonno: 1,7 μg/100 g
  • latte: 1,3 μg/100 g
  • fegato di bovino: 1,2 μg/100 g
  • Funghi: 0,2-0,4 μg/100 g
  • cioccolato: fondente (1,90-5,48 µg/100 g), bianco (0,19-1,91 µg/100 g) e spalmabile alla nocciola (0,15 µg/100 g).

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