Coronavirus, allarme per le “varianti brasiliane”: cosa sappiamo

Preoccupa la scoperta in Brasile di due varianti del coronavirus che potrebbero essere più resistenti al vaccino

Una nuova variante del Sars-CoV-2 apparsa in Brasile torna a preoccupare il mondo, forse più di quella “inglese”. Manaus, capitale dello stato brasiliano di Amazonas è in ginocchio probabilmente a causa della maggiore contagiosità della mutazione endemica. Per questo il Regno Unito ha chiuso tutti i voli dall’intero Sudamerica, oltre che da Capo Verde e dal Portogallo.

Coronavirus, allarme per le “varianti brasiliane”: i timori

Le mutazioni provenienti dal Brasile sarebbero in realtà due, come ha spiegato dalla la professoressa Wendy Barclay, a capo del G2P-UK National Virology Consortium inglese.

“Sono emersi in effetti – ha detto la virologa britannica – due tipi diversi di varianti brasiliane del Covid, una è stata già localizzata (nel Regno Unito, ndr) e l’altra no”.

“Analizzando i database – ha aggiunto la professoressa – vi è evidenza di diverse varianti in giro per il mondo, inclusa quella brasiliana che io credo sia in circolazione da qualche tempo”.

Uno dei timori più grandi della comunità scientifica internazionale riguarderebbero un’eventuale resistenza dei due ceppi sudamericani al vaccino contro il Covid-19.

Questione sulla quale si interroga anche il virologo Andrea Crisanti, direttore del Laboratorio di Microbiologia e Virologia dell’Azienda ospedaliera di Padova e docente di Microbiologia dell’ateneo cittadino.

Il professore, sul nodo delle varianti ha dichiarato ad Adnkronos che “non si sa con certezza” se il vaccino anti-Covid sia efficace contro la variante inglese del coronavirus, “ed esistono forti dubbi sulla variante brasiliana”.

Coronavirus, allarme per le “varianti brasiliane”: il caso dell’infermiera

Da quanto emerso nelle ultime ore, un’infermiera brasiliana sarebbe stata reinfettata dalla variante del Sars-CoV-2 diffusa della nazione sudamericana, suscitando il sospetto che questa mutazione impedisca lo sviluppo dell’immunità.

L’avvertimento di maggiori rischi di reinfezione a causa dei nuovi ceppi è arrivato dai ricercatori della Fondazione Oswaldo Cruz, un istituto di scienza di Rio de Janeiro.

La 45enne operatrice sanitaria si sarebbe, infatti, ammalata a ottobre, con sintomi più gravi, attraverso la nuova variante, cinque mesi dopo essere guarita da una precedente infezione Covid causata da un ceppo più vecchio.

“Le evoluzioni virali possono favorire le reinfezioni“, sostengono gli scienziati brasiliani, sottolineando che le varianti individuate di recente “hanno sollevato preoccupazioni sul loro potenziale impatto sull’infettività”.

Coronavirus, allarme per le “varianti brasiliane”: il report

Secondo lo studio della Fondazione Oswaldo Cruz la donna è stata infettata la prima volta il 26 maggio scorso presentando diarrea, dolori muscolari e debolezza generale. In circa 3 settimane si sarebbe ripresa senza problemi, ma ad ottobre sarebbe nuovamente risultata positiva al coronavirus, questa volta con complicazioni quali difficoltà respiratorie, mancanza di respiro, dolori muscolari e insonnia.

Confrontando i due campioni dei test effettuati sulla donna, i ricercatori hanno scoperto che l’ultimo presentava una mutazione, chiamata E484K, nota adesso per essere una componente caratteristica della variante brasiliana.

Questa mutazione genetica cambia la forma della proteina spike all’esterno del virus in un modo tale, è l’ipotesi, da renderla meno riconoscibile a un sistema immunitario “addestrato” a individuare le precedenti versioni del virus.

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