Coronavirus e temperatura, quale rapporto c’è: la scoperta dell’ISS

Un'importante scoperta nella lotta al Coronavirus arriva dall'Italia: il SARS-CoV-2, responsabile della pandemia Covid, sarebbe sensibile all’aumento della temperatura ambientale

Un’importante scoperta nella lotta al Coronavirus arriva dall’Italia. L’Istituto Superiore di Sanità, che ogni settimana aggiorna il suo report sull’andamento della curva epidemiologica, studiando nuovi contagi, anagrafiche dei positivi, pressione sulle strutture ospedaliere e decessi, ha pubblicato uno studio che potrebbe dare un aiuto concreto alle strategie di contrasto al Covid.

Covid e temperatura

I ricercatori del Dipartimento di Malattie Infettive dell’Istituto Superiore di Sanità, nello studio pubblicato sulla rivista Clinical Microbiologi and Infection dell’European Society of Clinical Microbiology and Infectious Diseases, hanno osservato come il virus SARS-CoV-2, responsabile della pandemia Covid, sia sensibile all’aumento della temperatura ambientale, come dimostrato già per altri virus.

La pandemia da Coronavirus è stata causata dalla sindrome respiratoria acuta grave (SARS-CoV-2), trasmessa da persona a persona principalmente attraverso goccioline respiratorie e contatto diretto. Diversi studi hanno dimostrato che la diffusione virale potrebbe essere influenzata dalle condizioni climatiche, poiché i virus simili al Coronavirus tendono a ridurre la loro circolazione in estate a causa dell’alta temperatura e delle radiazioni solari.

In effetti, l’attuale diffusione di Covid-19 lungo l’equatore e i tropici si è dimostrata significativamente inferiore, portando all’ipotesi che l’aumento della temperatura influenzerà la resistenza ambientale del SARS-CoV-2.

Cosa hanno scoperto i ricercatori dell’ISS

Gli esperimenti condotti in vitro dai ricercatori dell’ISS hanno dimostrato che, innalzando la temperatura fino a 28°C, la temperatura massima prevista per il mese di giugno, la carica virale subisce un drastico decadimento entro le prime 24 ore dall’emissione di droplet infette.

Per raggiungere gli stessi livelli di decadimento alla temperatura di 20-25°C (temperatura ambiente) invece sono necessari 3 giorni.

La vitalità del virus può essere quindi influenzata dalla temperatura ambientale: in pratica, come si era già ipotizzato nei mesi scorsi, ma senza riscontri scientifici, la stagione calda potrebbe ridurre la probabilità di trasmissione del Covid.

“I nostri dati aiutano a spiegare il perché le condizioni ambientali estive più sfavorevoli per il virus ne abbiano rallentando la diffusione e il contagio”, spiega il virologo Fabio Magurano che ha coordinato la ricerca. Al contrario, l’abbassamento delle temperature permette al virus di resistere di più e nel contempo giustifica una maggiore capacità delle goccioline respiratorie di persistere e diffondersi nell’ambiente, favorendo la diffusione del virus e il contagio.

I limiti dello studio

Limite di questo studio è il piccolo numero di temperature testate, che non consente una valutazione accurata dell’influenza della temperatura ambientale sulla stabilità del virus.

Inoltre, non è possibile stabilire a quali orari e temperature la trasmissione virale non è più possibile perché non si conosce la dose infettiva minima di SARS-CoV-2.

In conclusione, l’aumento della temperatura osservato in estate può influenzare la resistenza ambientale di SARS-CoV-2, ma questo, precisano gli scienziati, non influenza la necessità di mantenere misure di allontanamento sociale.

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