Coronavirus, allarme Oms per l’aumento dei casi in Europa

A rischio il settore turistico: Ue e Usa pensano di chiudere i confini a vicenda

I recenti numeri fatti registrare dal coronavirus in Europa hanno allarmato l’Organizzazione mondiale della sanità. Hans Kluge, direttore della sezione europea, ha sottolineato in videoconferenza come la prima ondata non si sia ancora chiusa. L’aumento dei casi è stato particolarmente accentuato nell’ultima settimana. “Non succedeva da mesi“, ha sottolineato Kluge.

Cosa significa? In primis, che l’emergenza è tutt’altro che finita. E poi, che l’Europa deve prepararsi a una seconda ondata in autunno. Il direttore ha aggiunto che in 11 Paesi (senza specificare quali) la crescita dei contagi potrebbe spingere i rispettivi sistemi sanitari nuovamente verso il precipizio. “Dobbiamo sperare per il meglio, ma prepararci al peggio” ha detto Kluge.

Gli 11 Paesi in cui i contagi sono aumentati nell’ultima settimana

Anche se Kluge non li ha nominati direttamente, gli 11 Paesi in cui i contagi sono aumentati negli ultimi sette giorni sono: Albania, Belgio, Bulgaria, Francia, Grecia, Moldavia, Macedonia, Slovenia, Russia, Ucraina e Regno Unito. Lo si evince dai grafici di Florian Lanthaler e Michael Kohler, elaborati su dati ufficiali. Nonostante una percentuale decrescente di casi rispetto all’inizio dell’anno, infatti, ogni 24 ore ci sono almeno 20 mila nuovi casi, con oltre 700 decessi.

Ma i problemi, ci sono anche fuori dall’Europa. Nel mondo i casi confermati sono circa 10 milioni (a fronte di 400 mila vittime), 183.020 confermati in un solo giorno la scorsa domenica. Un record. I numeri sono altissimi negli Stati Uniti e in Brasile, due Paesi con cui l’Europa ha un interscambio continuo, che si tratti di turisti o lavoratori. E mentre Donald Trump chiude le frontiere fino al 31 dicembre 2019, andando a incidere sul futuro di 525 mila persone in cerca di un lavoro (bloccando al contempo scambi culturali e stage per studenti), anche l’Unione europea starebbe pensando alla riapertura dei confini ad hoc.

L’Unione europea chiude le frontiere ad alcuni Paesi

Lo scoop è del New York Times. Sembra che l’Unione europea stia infatti stilando un elenco di nazioni a cui riaprire i confini dal 1° luglio. Non ci sarebbero gli Stati Uniti e il Brasile, ma anche la Russia avrebbe difficoltà a lasciar transitare viaggiatori. L’operazione sarebbe clamorosa, soprattutto per l’eventuale divieto verso gli Usa, ma quello che interessa alla politica di Bruxelles è la curva dei contagi. E in America quasi la metà degli Stati ha evidenti problemi a contenere l’epidemia.

I problemi per l’Italia dal punto di vista del turismo

Chiusura dei confini può significare un aumento di sicurezza, ma sicuramente anche un calo dal punto di vista del turismo, settore su cui l’Italia conta da sempre. Grazie ai soli Stati Uniti, per esempio, ogni anno si registrano oltre 5 milioni di presenze. Certo, questo sarà un tema che accompagnerà tutta la campagna elettorale di Donald Trump in vista dell’election day, martedì 3 novembre 2020. Secondo i media americani, infatti, l’impatto del virus sull’occupazione è uno spunto per riproporre la linea sull’immigrazione, uno dei temi vincenti nel 2016.

La sponda per il nostro Paese arriva dall’Unwto, agenzia mondiale del turismo in seno all’Onu, ha scelto l’Italia per la prima visita del suo segretario, Zurab Pololikashvili, nel giorno della riapertura dei confini esterni di Schengen. Il 1° luglio visiterà Roma, Milano e Venezia. “L’Italia – ha detto – è un nostro forte alleato e leader mondiale del turismo. Il settore in Italia vale milioni di posti di lavoro e inoltre protegge e valorizza il patrimonio culturale unico del Paese dall’arte alla gastronomia”.

Parole che pesano, così come i dati. Nei primi quattro mesi della pandemia, infatti, gli arrivi di turisti internazionali (nel mondo) hanno subito un calo del 44% rispetto allo stesso periodo del 2019. Solamente ad aprile si è arrivati al -97% per le restrizioni a tappeto. Secondo i calcoli dell’Unwto, si sono persi 180 milioni di arrivi internazionali rispetto allo stesso periodo del 2019. In dollari, l’ammanco è di 195 miliardi.

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