Coronavirus, cos’è il modello Corea del Sud e perché potrebbe salvarci

Dopo un inizio simile a quello italiano, la diffusione del COVID-19 in Corea del Sud è stato immediatamente arrestato. Ecco come

Inizialmente, l’andamento della diffusione del virus e la conta dei malati procedeva di pari passo (o quasi) con quella dell’Italia. Poi, abbastanza inspiegabilmente per chi non vive quella realtà, la curva dei contagi del Coronavirus della Corea del Sud si è “appiattita”, trasformando il Paese del Sud-Est asiatico in un esempio internazionale.

Esperti e commentatori hanno iniziato così a parlare di “modello Corea del Sud”, capace di contenere il numero di contagiati a poco più di 9.000 e quello dei decessi a poco più di 100. In Italia, come tristemente noto, il numero di contagiati è alle soglie dei 60 mila, mentre il numero di decessi per Coronavirus ha raggiunto i 5.476 (dati aggiornati al 22 marzo).

Una differenza enorme, che ha portato molte nazioni a interrogarsi su cosa è il “Modello Corea del Sud”, cosa prevede e come mai è risultato essere così efficace nel contenere la diffusione del COVID-19. Proviamo a comprenderlo insieme.

Tracciabilità e controlli a tappeto: le basi del “Modello Corea del Sud”

La Corea del Sud, rispetto ad altre nazioni come l’Italia, poteva contare su un “vantaggio” tutt’altro che trascurabile, se così possiamo dire. Nel 2015, infatti, la nazione asiatica era stata duramente colpita dalla diffusione del MERS, altro Coronavirus nato nel Medio Oriente e arrivato velocemente anche nell’Estremo Oriente.

Per evitare che quella tragedia si ripetesse in futuro, la Corea del Sud ha riformato il suo sistema sanitario, adottando protocolli più snelli e veloci nel dare risposta a emergenze del genere. Quindi, il COVID-19 ha avuto a che fare con un sistema sanitario già pronto a fronteggiare la sua diffusione e arrestarla in breve tempo. E così è stato.

A questo, la Corea del Sud ha unito test a tappeto, che hanno consentito di individuare immediatamente i contagiati asintomatici e isolarli prima che potessero trasformarsi in una “bomba a orologeria” batteriologica.

Sin dai primissimi giorni, le autorità sudcoreane hanno condotto oltre 20mila test al giorno in 500 cliniche specializzate, con risultati restituiti in 6 ore o poco più. Ciò ha consentito di mettere subito in allarme le autorità nel caso in cui un cittadino fosse risultato positivo.

Il ruolo dello smartphone

Un ruolo di primaria importanza, però, è stato giocato dagli smartphone. Grazie alla geolocalizzazione dei dispositivi mobili, infatti, il Governo è stato in grado di monitorare gli spostamenti dei cittadini e, in caso di test positivo, risalire immediatamente ai contatti dei giorni precedenti.

Questo ha evitato che le persone potessero andare liberamente in giro a contagiare altri cittadini, contenendo fortemente il potenziale infettivo del virus.

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