Coronavirus, cosa significa che siamo nella fase “acuta”: il report ISS

Siamo entrati, di nuovo, in una fase “acuta” della pandemia. A dirlo è l'Istituto Superiore di Sanità nel suo ultimo report settimanale dal 5 all'11 ottobre

Siamo entrati, di nuovo, in una fase “acuta” della pandemia da Coronavirus. A dirlo è l’Istituto Superiore di Sanità nel suo ultimo report settimanale dal 5 all’11 ottobre.

Servizi territoriali sotto stress

Il Covid ha subito una brusca accelerata, con un aumento progressivo nel numero di casi, evidenze di criticità nei servizi territoriali e un incremento del tasso di occupazione dei posti letto in terapia intensiva e, in generale, negli ospedali, che rischiano, in alcune Regioni, di raggiungere valori critici nel mese di novembre.

Mentre procedono spediti gli studi sul Covid, non ultimo quello che prova un legame tra la probabilità di contrarre il virus e il gruppo sanguigno, il progressivo peggioramento dell’epidemia di SARS-CoV-2 segnalato da undici settimane si riflette in un aggravio di lavoro sui servizi sanitari territoriali. Per la prima volta si segnalano elementi di criticità elevata relativi alla diffusione del virus nel nostro Paese.

Per questo, spiega l’ISS, è necessaria una rapida analisi del rischio sub-regionale per il tempestivo innalzamento delle misure di contenimento e la mitigazione nelle aree maggiormente colpite, sulla base delle linee di indirizzo già fornite.

Governo e istituzioni continuano a puntare sulla popolazione affinché rispetti tutte le norme di precauzione previste, in particolare il distanziamento fisico, l’uso delle mascherine, il lavaggio delle mani e evitare quanto più possibile situazioni che possano favorire la trasmissione, quali aggregazioni spontanee e programmate per scongiurare un ulteriore peggioramento che potrebbe portare a restrizioni territorialmente diffuse.

Nel suo report l’ISS spiega che, considerati i tempi che intercorrono tra l’esposizione al virus e lo sviluppo di sintomi e quello che intercorre tra questi, la diagnosi e la successiva notifica, verosimilmente molti dei casi notificati in questa settimana hanno contratto l’infezione alla fine di settembre. Alcuni dei casi identificati tramite screening, tuttavia, potrebbero aver contratto l’infezione in periodi antecedenti.

Il Covid in Italia: i numeri

Il Covid oggi circola in tutto il Paese e le evidenze scientifiche dicono che lascia a lungo strascichi. Questa settimana è stato osservato un forte incremento dei casi che porta l’incidenza cumulativa negli ultimi 14 giorni a 75 per 100mila abitanti (periodo 28/9-11/10), contro i 44,37 per 100mila abitanti nel periodo 21/9-4/10. Nello stesso periodo, il numero di casi sintomatici è quasi raddoppiato, passando a 15.189 casi sintomatici nel periodo 28/9-11/10 contro gli 8.198 casi sintomatici nel periodo 21/9-4/10.

Tutte le Regioni, tranne una, hanno riportato un aumento nel numero di casi diagnosticati rispetto alla settimana precedente. Continua a scendere la percentuale dei nuovi casi che sono stati rilevati attraverso attività di tracciamento dei contatti (28,8% dei nuovi casi contro 31,8% la settimana precedente). Diminuisce anche la percentuale dei nuovi casi rilevati attraverso le attività di screening (31,1% contro 33,2%) Aumenta, invece, la percentuale di casi rilevati attraverso la comparsa dei sintomi (31,6% contro 29,1% la scorsa settimana). Nel 8,5% dei casi non è stato riportato l’accertamento diagnostico.

Nel periodo 24 settembre-07 ottobre 2020, l’Rt calcolato sui casi sintomatici è pari a 1,17. L’indice Rt ha superato la soglia di 1 in 17 Regioni: quelle con il valore più alto e a rischio lockdown sono Valle d’Aosta (1.53), che ha già dichiarato “zone rosse” i tre comuni di Saint-Denis, Chambave e Verrayes, seguita da Piemonte (1.39) e dalla Provincia autonoma di Bolzano (1.32). Poi Abruzzo, Campania, Emilia Romagna, Liguria, Lombardia, Puglia, Sardegna, Toscana, Umbria.

Qui c’è una probabilità da alta a massima di superare la soglia del 30% delle terapie intensive occupate da pazienti Covid nel prossimo mese. Le regioni segnalate col livello più alto di rischio per questo parametro sono Lombardia e Liguria. Tre le Regioni con Rt pari a 1 o sotto 1 invece ci sono Basilicata (1), Calabria (0.94) e Molise (0.83). I tassi di saturazione delle terapie intensive sono comunque molto lontani dai dati di marzo e aprile (tra 9 e 10%).

Sono stati riportati complessivamente 4.913 focolai attivi, di cui 1.749 nuovi (ricordiamo che per focolaio si intende la presenza di 2 o più casi positivi tra loro collegati), entrambi in aumento per la undicesima settimana consecutiva. Nella precedente settimana di monitoraggio erano stati segnalati 3.805 focolai attivi di cui 1.181 nuovi.

Sono stati riportati focolai nella quasi totalità delle province italiane, 102 su 107. La maggior parte di questi focolai continua a verificarsi in ambito domiciliare, per l’esattezza nell’80,3% dei casi. Si mantiene stabile la percentuale dei focolai rilevati nell’ambito di attività ricreative invece, pari al 4,2%, contro il 4,1% della settimana precedente.

Dove avviene di più il contagio

Questa settimana sono in aumento i focolai in cui la trasmissione potrebbe essere avvenuta in ambito scolastico, ma la trasmissione intra-scolastica rimane complessivamente una dinamica di trasmissione limitata, ovvero: il 3,8% di tutti i nuovi i focolai in cui è stato segnalato il contesto di trasmissione.

Tuttavia, precisa ancora l’ISS, le attività extra-scolastiche possono costituire un innesco di catene di trasmissione laddove non vengano rispettate le misure di prevenzione previste.

Si osserva un forte aumento nel numero di nuovi casi fuori delle catene di trasmissione note. Questa settimana le Regioni hanno riportato 9.291 casi dove non si è trovato un link epidemiologico, che comprende il 33% di tutti i casi segnalati nella settimana.

A livello nazionale, si è osservato anche un importante aumento nel numero di persone ricoverate (4.519 contro 3.287 in area medica, 420 contro 303 in terapia intensiva nei giorni 11/10 e 4/10, rispettivamente) e, conseguentemente, aumentano i tassi di occupazione delle degenze in area medica e in terapia intensiva, con alcune Regioni sopra il 10% in entrambe le aree.

Viene ripetutamente segnalato un carico di lavoro eccezionale che in molti casi compromette la tempestiva gestione dei contatti, oltre che non assicurare le attività non collegate a questa emergenza.

Per questo è importante il rafforzamento dei servizi territoriali, attraverso un coinvolgimento straordinario di risorse professionali di supporto e anche attraverso l’utilizzo di strumenti tecnologici, come la app Immuni, nelle attività di diagnosi e ricerca dei contatti, in modo da identificare precocemente tutte le catene di trasmissione e garantire una efficiente gestione, inclusa la quarantena dei contatti stretti e l’isolamento immediato dei casi secondari.

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