Brexit, cosa cambia davvero per le persone, il lavoro e il commercio

Dal 1 febbraio 2020 il Regno Unito non farà più parte dell'Unione europea. Quali effetti concreti per lavoratori e aziende

Brexit Day, ci siamo. Dal 1 febbraio 2020 il Regno Unito non farà più parte dell’Unione europea. A oltre tre anni e mezzo dalla vittoria del Leave al referendum del 2016, dopi il “canto dell’addio” al Parlamento Ue, alle 23 britanniche, la mezzanotte centro-europea, a cavallo tra il 31 gennaio e il 1 febbraio Londra e la Ue si separano.

Dal 1 febbraio 2020 al 31 dicembre 2020

Anche se la data del divorzio effettivo è stata fissata al 31 dicembre 2020, l’Unione europea perde per la prima volta nella sua storia un Paese membro. Avrà 66 milioni di cittadini in meno, passando così a 446 milioni, e un territorio ridotto del 5,5%.

Ma cosa cambia in concreto per le persone? Tanto per cominciare nel Regno Unito risiedono oggi 3,6 milioni di cittadini di Paesi Ue, tra cui circa 400mila italiani registrati all’anagrafe consolare, che diventano oltre 700mila considerando anche i non registrati. I britannici che risiedono invece in altri Paesi Ue sono 1,2 milioni.

Cosa cambia per le persone

In base dell’accordo di divorzio, tutti gli espatriati già registrati come residenti fino al 30 giugno 2021 manterranno gli attuali diritti nei rispettivi Paesi di accoglienza. Le cose cambieranno tuttavia per gli ingressi successivi, con lo stop alla libertà di movimento nel 2021 e l’introduzione di nuove regole che determineranno una gestione diversa dei flussi migratori. Di fatto, ci sarà un’equiparazione fra europei ed extracomunitari: per entrare nel Regno Unito servirà il passaporto e non basterà più la carta d’identità.

Ma il vero nodo riguarda il commercio e il lavoro. La frontiera vera e propria verrà ristabilita dall’1 gennaio 2021. Tuttavia, entro fine anno Londra e Bruxelles sono chiamate a stringere un nuovo accordo che regoli i rapporti commerciali: ci sarà una fase transitoria, anche sul fronte delle dogane, fino a fine 2020.

Cosa cambia per il commercio

In concreto, nonostante i timori, questo significa che fino a fine 2020 per le imprese italiane non ci saranno cambiamenti, perché in materia doganale e commerciale la Gran Bretagna continuerà ad applicare le regole europee.

Dal 1 gennaio 2021, comunque, sembra che l’orientamento sia quello di trovare un accordo sul libero scambio che di fatto consideri la Gran Bretagna come un’eccezione rispetto agli altri Paesi terzi. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, si è persino spinta oltre dichiarando che l’obiettivo è arrivare a un’intesa che escluda del tutto le tariffe doganali.

In caso di aumento dei costi per l’export ad essere colpiti di più sarebbero i settori direttamente dipendenti dai processi di globalizzazione, e quindi automotive e trasporti, macchinari, elettronica, tessile e arredamento, agroalimentare e materie prime vegetali, industria chimico-plastica. Ma per l’automotive, ad esempio, l’Italia sarebbe tra le meno in pericolo, a differenza della Grecia. Il colpo si avvertirebbe invece di più nel Sud-Italia per le aziende che producono macchinari, anche se mai quanto accadrebbe per la Germania, che di export vive.

Cosa cambia per il lavoro

Riguardo al tema lavoro, anche qui gli sforzi sono direzionati alla formalizzazione di rapporti privilegiati fra Gran Bretagna ed Europa, ma le cose sembrano più complicate.

Lasciamoci alle spalle l’allarmismo della scorsa estate, quando uscì uno studio dell’Università di Leuven commissionato dal governo belga per capire l’impatto della Brexit su specifici settori industriali, e quindi sui posti di lavoro, divisi per aree geografiche. Per l’Italia si parlava di ben 139 mila posti di lavoro che sarebbero andati perduti. Ma quel numero si riferiva allo scenario peggiore, cioè l’uscita senza accordo. Un’ipotesi ancora in campo, ma molto remota.

Per i lavoratori stranieri, anche italiani quindi, che lavorano nel Regno Unito non dovrebbe cambiare molto. Dopo le accese polemiche delle ultime settimane, le autorità britanniche hanno confermato che non ci saranno “espulsioni”. In ogni caso, è stata istituita un’apposita piattaforma online, Settlement Scheme, a cui i lavoratori stranieri sono tenuti ad iscriversi per mantenere il diritto ad acquisire il permesso di residenza.

Ad oggi, circa l’80% delle richieste di residenza, provvisoria o permanente, per vivere e lavorare in Inghilterra hanno già ottenuto il via libera. Ci saranno solo più fastidi burocratici.

Più complesso il discorso per chi intende trasferirsi a lavorare in Gran Bretagna. Mentre la legge inglese non prevede limiti a chi guadagna almeno 30mila euro l’anno, è probabile che diventerà più complicato l’ingresso per la manodopera non specializzata.

Qui vi spieghiamo invece cosa cambierà per i turisti.

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