Servizi telefonici senza consenso, l’Antitrust potrà bloccarli: la novità nel Dl Rilancio

Approvato un emendamento al Dl Rilancio che attribuisce all'Authority nuovi poteri per contrastare truffe e pratiche commerciali scorrette

Più poteri all’Antitrust, per stoppare i servizi di telefonia attivati sugli smartphone senza il consenso degli utenti. È questa la novità introdotta nel Dl Rilancio (qui lo speciale QuiFinanza) da un emendamento, a prima firma Brunetta, riformulato e poi approvato dalla Commissione Bilancio della Camera.

Cosa prevede l’emendamento

Il testo conferisce in particolare all’Autorità il potere di “ordinare, anche in via cautelare”, la “rimozione di iniziative o attività destinate ai consumatori italiani e diffuse attraverso le reti telematiche o di telecomunicazione che integrano gli estremi di una pratica commerciale scorretta“.

Coloro che ricevano tali ordini saranno quindi obbligati a inibire “l’uso delle reti che gestiscono o in relazione alle quali forniscono servizi, al fine di evitare la protrazione dell’attività pregiudizievole per i consumatori e poste in violazione del Codice del Consumo”. Sono inoltre previste multe salate, fino a 5 milioni, “in caso di inottemperanza” degli operatori.

Le indagini della Procura di Milano su un business milionario

La novità introdotta nel Dl Rilancio arriva a pochi giorni dalla notizia dell’indagine avviata dalla Procura di Milano a proposito un business illecito di truffe da milioni di euro. Le “vittime” sono centinaia di utenti di compagnie telefoniche, che si sono visti addebitare servizi a pagamento senza aver mai dato il proprio consenso a riceverli.

Sotto indagine ci sono per il momento 11 persone, mentre la sede legale di Rho della Wind Tre è stata oggetto di perquisizioni e sequestri da parte degli uomini del Nucleo speciale tutela privacy e frodi tecnologiche della Guardia di Finanza. I magistrati hanno anche inviato una lettera all’Autorità garante per le comunicazioni in relazione alla posizione di Vodafone, Tim e di un’altra società.

Le ipotesi di reato sul tavolo della Procura sono frode informatica ai danni dei consumatori, intrusione abusiva a sistema telematico e tentata estorsione contrattuale commessa da tre persone, anche con ruoli dirigenziale, di Wind Tre, in concorso con aggregatori/hub tecnologici e content service provider (CSP).

Il “business”, che non si è fermato neppure durante il lockdown, sarebbe nato già “nel 2009”, e si basava su un meccanismo molto semplice: bastava infatti che i consumatori visitassero un sito web perché si ritrovassero a essere abbonati automaticamente a un servizio mai richiesto, che prevedeva l’addebito settimanale sul proprio conto telefonico di una somma di denaro per ricevere notizie, oroscopi, meteo, gossip, suonerie, video e altri contenuti ancora. Negli atti si parlerebbe anche di “società che hanno incassato quasi 32 milioni di euro” per servizi “indebitamente attivati ad utenti Wind e Vodafone”.

Il boom delle truffe durante la pandemia

Oltre alle grandi difficoltà legate all’emergenza sanitaria e alle ricadute di tipo economico e sociale, i mesi di lockdown hanno visto anche un boom di truffe sul web, che hanno segnato un +400% rispetto allo scorso anno. Ad evidenziarlo sono i dati di Consumerismo no profit, associazione di consumatori specializzata in tecnologia.

L’impennata di truffe è iniziata dall’esplosione dell’emergenza Covid-19, e ha sfruttato la maggior “connessione” degli italiani durante il lockdown. Ma il momento più critico sarebbe quello attuale, poiché molti raggiri attualmente diffusi cercherebbero di lucrare sulle diffuse difficoltà economiche legate alla pandemia.

In forte crescita, ha spiegato l’associazione, sarebbero in particolare le truffe legate a criptovalute, blockchain e pagamenti digitali, che offrono apparenti opportunità di guadagno facile o che fanno leva sulla curiosità o sulle necessità delle persone.

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