Nuovo Codice anti-crisi per le imprese, quando entra in vigore

Le nuove procedure per evitare il fallimento delle imprese, ridurre tempi e costi

Il nuovo Codice anti-crisi riforma la legge fallimentare e le procedure concorsuali per scongiurare il fallimento delle imprese quando cominciano a manifestarsi i primi segnali di difficoltà. L’obiettivo è quello di salvare le aziende e con esse i posti di lavoro e anche i diritti dei creditori.

Quando un’impresa fallisce, infatti, non si crea un danno solo per i diretti interessanti ma anche per l’economia. La prima grande novità della nuova legge, “Codice della crisi di impresa e dell’insolvenza” (Decreto Legislativo 12 gennaio 2019, n. 14) è stata quella di aver abolito la parola “fallimento” dai testi giuridici. Al suo posto sono stati introdotti termini specifici e più tecnici per definire le fasi della crisi d’impresa, fino alla “liquidazione giudiziale” che sostituisce il fallimento vero e proprio, come è stato inteso finora.

La nuova legge, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale il 14 febbraio 2019 n. 38, sta entrando in vigore in modo graduale. I primi provvedimenti, per lo più di natura organizzativa, sono entrati in vigore il 16 marzo scorso e riguardano: la competenza dei tribunali per i procedimenti di crisi o insolvenza delle imprese, le controversie che ne derivano; il nuovo albo dei soggetti che, su incarico del tribunale, svolgeranno funzioni di curatore, commissario giudiziale o liquidatore; l’area web per la notifica degli atti; infine altre norme sulla disciplina dei procedimenti e alcune modifiche al codice civile.

Le norme operative, invece, quelle che riguardano direttamente le imprese, entreranno in vigore il 15 agosto prossimo, a 18 mesi di distanza dalla pubblicazione della legge. Una ulteriore proroga, tuttavia, è prevista per le piccole imprese, quelle che negli ultimi due esercizi non abbiano superato i 20 dipendenti o i 4 milioni di euro come totale di attivo dello stato patrimoniale, oppure i 4 milioni di ricavi. Per queste imprese è stato proposto uno slittamento di ulteriori sei mesi, al 15 febbraio 2021, dell’entrata in vigore del nuovo Codice anti-crisi.

La proroga dovrà essere approvata dal Ministero dell’Economia e dello Sviluppo economico, ma non sussistono particolari impedimenti a che ciò avvenga. In caso affermativo, l’obbligo di segnalare “prontamente” all’Organismo di composizione della crisi (Ocri) l’apertura di un eventuale crisi scatterà per le piccole imprese dal 15 febbraio del 2021. Queste stesse imprese non sono obbligate ad adottare un organo di controllo interno, come quelle più grandi.

I piccoli imprenditori avranno dunque ulteriore tempo per organizzarsi e portare a compimento tutti gli adempimenti richiesti dalla nuova legge. Infatti, se il Codice anti-crisi punta a prevenire il fallimento e a semplificare le procedure concorsuali delle imprese in difficoltà, introducendo un sistema di allerta e riducendo tempi e dei costi delle procedure, comporta anche diversi adempimenti burocratici e spese. Secondo la Cgia di Mestre queste spese per le piccole e medie imprese ammonterebbero a 3,7 miliardi di euro.

L’aggettivo fallimentare, che prima veniva attribuito alle norme sulla crisi e sullo stato insolvenza delle imprese, non ha più ragione d’essere, perché grazie alla diagnosi precoce delle difficoltà, che la riforma consente, gli imprenditori hanno gli strumenti per prevenire una situazione irreversibile. La nuova terminologia, poi, è in linea con quelle degli altri Paesi europei e soprattutto elimina quella caratterizzazione negativa che ha il termine fallimento.

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