Disegno di legge Pillon: l’Italia rischia di tornare al No al divorzio

Il disegno di legge Pillon di fatto vieta il divorzio ostacolandolo in ogni modo e rendendolo accessibile solo a persone con reddito elevato

Tra le pieghe del disegno di legge Pillon numero 735/2018 in merito all’affido condiviso e alla violenza domestica, ci sono alcuni passaggi poco noti che mettono seriamente in forse il divorzio e la legge che attualmente lo regola. Un vero e proprio disincentivo al divorzio per tutte le coppie con figli minori, che ostacolerebbe anche quelle che si vorrebbero separare consensualmente e senza guerre.

A far luce sulla vicenda un’approfondita analisi di Cristina Obber sulle pagine della 27sima Ora del Corriere della Sera, dove si scorre punto per punto il disegno di legge evidenziando le criticità riguardanti il divorzio. “Supponiamo di essere una famiglia con mamma, papà e un bimbo che va alla primaria – si legge nell’introduzione -. Non vi è violenza all’interno della relazione e la coppia si vuole separare semplicemente perché l’amore è finito. Si è d’accordo che per il bene del bambino sia meglio non imporgli di cambiare casa, scuola, amicizie di quartiere, gruppo sportivo eccetera. Si è d’accordo che sia importante favorire la relazione del bimbo con il genitore che cambierà casa, supponiamo il papà visto che viviamo in un Paese dove per cultura e abitudini sono le donne a farsi maggiormente carico della cura della casa e della prole, spesso scegliendo impieghi con orari che meglio permettano di conciliare famiglia e lavoro. Attualmente in una situazione di questo tipo è sufficiente una consulenza legale per presentare istanza al tribunale e definire la pratica con dei tempi abbastanza brevi e dei costi limitati. Se passasse il disegno di legge Pillon, firmato da senatori e senatrici di Lega e Movimento cinque stelle, non sarà più così.

Al contrario, si verrebbero a creare situazioni e condizioni in cui divorziare sarebbe permesso solo ai più abbienti, per una serie di motivi. L’autrice ha elencato i dieci più importanti, qui di seguito riassunti:

  1. Obbligo per la coppia di pagare un mediatore familiare per farsi convincere a non separarsi. I costi di questa consulenza obbligatoria, della durata fino a sei 6 mesi, sarebbero suddivisi tra i coniugi, salvo il primo incontro gratuito. A questi costi si andrebbero ad aggiungere comunque i costi della propria consulenza legale.
  2. La mediazione sarebbe obbligatoria per tutte le coppie, indipendentemente dal desiderio o meno di rivolgersi a qualcuno per chiarirsi le idee come nell’attuale prassi. Il mediatore familiare avrebbe l’obbligo di salvaguardare l’integrità della famiglia e non di rispettare la volontà di due persone adulte e consapevoli della propria scelta. Una evidente ingerenza sulle libertà individuali.
  3. Gli avvocati delle parti non potrebbero assistere (salvo il primo incontro) alla mediazione, e (salvo il documento finale) ciò che accade durante le sedute di mediazione rimarrebbe coperto dal segreto professionale, precluso anche ad avvocati e giudici.
  4. I genitori sarebbero obbligati a stendere il piano genitoriale, ovvero il programma dettagliato della vita del bambino, indicando le scelte e le abitudini in fatto di educazione, sport, amicizie e frequentazioni.
  5. Nel caso in cui la mediazione non andasse a buon fine sarebbe obbligatoria la nomina di un altro professionista, il coordinatore genitoriale, con poteri decisionali in merito. Ulteriore ingerenza nella vita privata delle persone.
  6. Tale ulteriore costo sarebbe a carico dei genitori e ad ogni cambiamento, ad esempio perché il bambino non vuole più giocare a calcio ma vuole iscriversi a pallanuoto, significherebbe una modifica al piano genitoriale con relativo impegno di tempo nonchè economico.
  7. I desideri del bambino verrebbero completamente ignorati perché sotto i 12 anni sarebbe escluso dalla mediazione e il piano genitoriale verrebbe redatto senza il suo contributo.
  8. Per il bambino i tempi da trascorrere con i propri genitori dovrebbero essere paritetici indipendentemente da quanto fosse il tempo che entrambi gli dedicassero prima della separazione e senza tener conto di impegni lavorativi e distanza delle nuova residenza di uno dei due genitori.
  9. Il bambino avrebbe dunque una vita divisa esattamente in due mentre oggi l’affido condiviso che è già molto applicato prevede di incentivare la relazione con il genitore che ha cambiato casa dando comunque priorità alla serenità e all’equilibrio del minore.
  10.    Al compimento della maggiore età quel bambino divenuto ragazzo dovrebbe fare istanza personalmente ai genitori per ricevere da loro un assegno di mantenimento.

Il tutto, come detto, in assenza di situazioni di violenza domestica o abusi. Dal che si evince che nessuno, se non con redditi al di sopra della media, potrà permettersi di chiedere una separazione. Quello che preoccupa è che questo disegno viene spacciato per ciò che non è. Aumentando in maniera vertiginosa i costi delle separazioni metterebbe in difficoltà uomini e donne con redditi limitati acuendo le situazioni di povertà, con ricadute anche sui minori.

La giurisprudenza attualmente mette al centro il minore inteso come persona portatrice di diritti, come ci conferma una giudice: “Sinora vige il principio dell’esclusivo interesse morale e materiale del minore che è stato il cardine di ogni decisione assunta dall’autorità giudiziaria – dice Silavana Sica, magistrato del tribunale di Napoli -, questo disegno sposta invece l’attenzione sugli adulti”.

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