Covid: i sintomi per riconoscere la variante inglese

I risultati sono stati ottenuti da test con tampone e questionari raccolti tra giugno 2020 e gennaio 2021 nell’ambito dello studio React condotto dall’Imperial College London.

In tutta Europa si sta provando ad accelerare al massimo la campagna vaccinale contro il Covid-19 per neutralizzare le varianti. Occorre vaccinare più persone possibile per evitare che una delle varianti possa divenire ‘dominante’ e mettere a rischio la stessa copertura vaccinale.

Nel Vecchio Continente, e di conseguenza in Italia, l’allarme maggiore è rappresentato dal VOC B.1.1.7, la cosiddetta variante inglese del virus. Che rappresenta una percentuale media del 17,8% sul numero totale dei contagi ed è caratterizzata da maggiore trasmissibilità. Un allarme ulteriore arriva ora dai consulenti del governo britannico, secondo i quali potrebbe essere fino al 70% più mortale rispetto a quelle precedenti.

Più trasmissibile e più letale

Proprio il governo ha pubblicato i dati raccolti dal New and Emerging Respiratory Virus Threats Advisory Group – che comprende esperti di università ed enti pubblici di tutto il Regno Unito – al termine di una ricerca preliminare del 21 gennaio. Alla base del nuovo rapporto una dozzina di studi, in cui sono stati confrontati i tassi di ospedalizzazione e mortalità tra le persone infette dalla variante e quelle positive ad altre, hanno rilevato come questa variante (individuata per la prima volta nel Kent) è probabilmente più letale rispetto ad altre varianti in una misura che varia dal 30% al 70%.

I sintomi della variante inglese

I risultati ottenuti da test con tampone e questionari raccolti tra giugno 2020 e gennaio 2021 nell’ambito dello studio React condotto dall’Imperial College London hanno permesso di evidenziare la sintomatologia tipica della variante Uk. Gli scienziati hanno confrontato i sintomi segnalati a gennaio, quando la variante è esplosa, con quelli riportati a novembre e dicembre precedenti. Nel primo mese del 2021 la perdita dell’olfatto non era così comune rispetto alla fine del 2020, ma la tosse è stata segnalata più di frequente. Dunque meno perdita di gusto e olfatto e più problemi di tosse. Joshua Elliott, della School of Public Health dell’Imperial College London, spiega: “Con il progredire della pandemia e l’emergere di nuove varianti, è essenziale continuare a monitorare come il virus colpisca le persone”.

Più donne contagiate

Oltre a qualche differenza sintomatologica, la variante inglese presenta come detto una elevata trasmissibilità anche nei soggetti meno esposti. “I risultati dell’analisi sono preoccupanti – spiega il dottor David Strain, docente clinico senior all’Università di Exeter Medical School e responsabile clinico Covid al Royal Devon & Exeter Hospital -. La maggiore trasmissibilità significa che le persone che in precedenza erano a basso rischio di contrarre il Covid, in particolare le donne più giovani in forma, ora lo prendono e finiscono in ospedale. Gli ultimi dati sui ricoveri suggeriscono un rapporto uomini/donne di quasi 50:50 rispetto una prevalenza di uomini nella prima ondata”.

La variante dietro lo stop allo sci

Tempistiche discutibili e relative polemiche politiche a parte, lo stop all’apertura degli impianti sciistici, Italia ma non solo visto come si stanno muovendo anche in Austria, deriva proprio dal timore della variante inglese, che presenta già diversi focolai in Europa e che è fondamentale tenere sotto controllo mentre la campagna vaccinale procede.

Nel giro di poche settimane il virus in Italia potrebbe essere a prevalenza variante inglese, e questo si tradurrà in un aumento del 50% dei contagi. Ma anche della mortalità, perché il Nervarg britannico, l’equivalente del nostro Cts, indica “un aumentato rischio di ospedalizzazione e morte” dovuti alla variante. Del 40-60%, specifica Neil Ferguson, epidemiologo e consulente scientifico di Boris Johnson. Dati non distanti dal 30%-70% di cui parla lo studio del New and Emerging Respiratory Virus Threats Advisory Group. Davanti a questi numeri una nuova stretta sembra inevitabile, anche se sulle misure nulla è ancora deciso.

Cosa dice l’Istituto Superiore di Sanità

“La ‘variante inglese’ è stata isolata per la prima volta nel settembre 2020 in Gran Bretagna, mentre in Europa il primo caso rilevato risale al 9 novembre 2020. E’ monitorata perché ha una trasmissibilità più elevata”, ed è stata “ipotizzata anche una maggiore patogenicità, ma al momento non sono emerse evidenze di un effetto negativo sull’efficacia dei vaccini” – si legge in uno specialeo nline dell’ISS.

La comparsa di varianti del patogeno responsabile della pandemia di Covid-19 non è inattesa. “I virus, in particolare quelli a Rna come i coronavirus – spiega infatti l’Iss – evolvono costantemente attraverso mutazioni del loro genoma. Mutazioni del virus Sars-CoV-2 sono state osservate in tutto il mondo fin dall’inizio della pandemia”.

“Mentre la maggior parte delle mutazioni non ha un impatto significativo – precisa l’Istituto – qualcuna può dare al virus alcune caratteristiche come ad esempio un vantaggio selettivo rispetto alle altre attraverso una maggiore trasmissibilità, una maggiore patogenicità con forme più severe di malattia, o la possibilità di aggirare l’immunità precedentemente acquisita da un individuo o per infezione naturale o per vaccinazione. In questi casi diventano motivo di preoccupazione, e devono essere monitorate con attenzione”.

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Covid: i sintomi per riconoscere la variante inglese