Cosa sappiamo del maxi processo sui PFAS in Italia: quali effetti sull’uomo

L'allarme PFAS parte dal Veneto ma coinvolge gran parte dell'Italia

È stato definito uno dei più grandi processi ambientali in Italia quello sulla contaminazione PFAS in Veneto: con circa 350 mila abitanti della regione che attingono dalle acque inquinate, 100 tonnellate di sostanze fluorurate recuperate e trattate ogni anno e 15 manager coinvolti, le indagini contro Miteni hanno fatto luce su una problematica che – purtroppo ancora oggi – minaccia la salute di molti.

Il caso PFAS in Veneto

L’azienda Miteni, prima come RIMAR (gruppo Marzotto), inizia la sua attività negli anni ’60. Circa 17 anni dopo l’avvio, nel 1977, la società viene accusata di inquinamento delle falde acquifere tramite i tubi di scarico industriali. I casi di contaminazione segnalati, dunque, risalgono a molto tempo prima che venissero avviate le prime indagini.

Ufficialmente, la scoperta dell’inquinamento ambientale è stata certificata da uno studio commissionato nel 2011 dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare al Consiglio Nazionale delle Ricerche, anche se affonda radici molto indietro nel tempo (si parla di più di 40 anni di deturpamento delle acque, perpetrato). È il 2013 quando i ricercatori arrivano a concludere che in Veneto, nelle zone limitrofe a Miteni, esiste un “possibile rischio sanitario per le popolazioni che bevono queste acque, prelevate dalla falda”.

Da lì l’avvio delle investigazioni prima e dell’inchiesta e del maxi processo dopo. Le accuse sono di: avvelenamento di acque, disastro innominato, inquinamento ambientale e possibile bancarotta fraudolenta. Miteni, infatti, ha dichiarato fallimento nel 2018, anche se i problemi relativi alla contaminazione continuano a sussistere oggi, dopo anni dalla chiusura dell’azienda.

Secondo documenti in possesso di Greenpeace, “dal 2014 al 2017 la Miteni di Trissino – società già individuata dalle autorità come fonte principale della contaminazione da PFAS in una vasta area del Veneto – dopo aver ottenuto dalla Regione Veneto l’autorizzazione a trattare rifiuti chimici pericolosi, ha ricevuto ogni anno dall’Olanda, e nello specifico dall’azienda chimica Du Pont (oggi Chemours), quantitativi accertati fino a 100 tonnellate annue di rifiuti chimici pericolosi (codice CER 07 02 01) contenenti il GenX (acido 2,3,3,3-tetrafluoro-2 (eptafluoropropossi)-propanoico). Una sostanza che, oltre ad essere persistente e di difficile degradazione, è classificata come potenzialmente cancerogena, e con possibili effetti negativi anche sul fegato che si manifestano agli stessi livelli di concentrazione del PFOA”.

Come denunciato da Greenpeace emergerebbe inoltre ” in modo inequivocabile” come “l’operato delle autorità locali venete, e in particolar modo degli enti deputati ai controlli ambientali, abbia avuto un ruolo chiave nel ritardare interventi amministrativi (bonifica) e indagini penali”.

Perché le sostante PFAS sono pericolose per l’uomo

Le sostanze per- e polifluoroalchiliche (PFAS) sono un gruppo di sostanze artificiali che include PFOA, PFOS, GenX e molte altre sostanze chimiche. I PFAS vengono prodotti e utilizzati da una varietà di industrie in tutto il mondo, comprese molte presenti in Italia, e – se rilasciate nell’ambiente – sono molto persistenti in natura nel corpo umano. Questo vuol dire che non si decompongono e possono accumularsi nel tempo, fino ad alterare l’organismo con cui entrano in contatto (o da cui vengono assimilate).

Diversi studi hanno dimostrato che l’esposizione a PFAS può causare effetti negativi sulla salute umana, tale da avere conseguente su riproduzione e sviluppo, oppure contribuire all’insorgenza di problemi epatici e renali o immunologici. Diversi risultati, inoltre, certificano l’aumento dei livelli di colesterolo tra le popolazioni esposte, con risultati più limitati relativi a: effetti sul sistema immunitario, tumori e interruzione dell’ormone tiroideo.

Inquinamento falde acquifere: i comuni del Veneto coinvolti

Miteni è stata accusata di avvelenamento della falda acquifera dalla quale attingono gli acquedotti di tre province venete: un territorio di 180 chilometri quadrati che coinvolte le province di Vicenza, Verona e Padova.

Basta pensare che, in riferimento al solo comune di Vicenza, a seguito di specifiche analisi effettuate, circa il 73% dei pozzi analizzati sono risultati oltre i limiti PFAS stabiliti.

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