G20, raggiunto inaspettato accordo sul clima: cosa cambia

A dispetto di tutte le previsioni – piuttosto nere – il summit dei big del mondo si chiude con un inaspettato accordo sul clima

Colpo di scena al G20 di Roma. A dispetto di tutte le previsioni – piuttosto nere – il summit dei big del mondo si chiude con un inaspettato accordo sul clima.

Cosa ha detto Draghi sul clima al G20 di Roma

“La lotta al clima è la sfida del nostro tempo. O agiamo ora e affrontiamo i costi della transizione portando le nostre economie su un percorso più sostenibile o rinviamo e rischiamo di pagare un prezzo più alto dopo, rischiando di fallire” dice Draghi nell’intervento introduttivo della sessione di lavori del G20 sul ruolo del settore privato nel contrastare il cambiamento climatico (qui tutto su come funziona il G20 e cosa è stato deciso a Roma).

“La transizione richiede uno sforzo significativo e i governi devono essere pronti a sostenere i propri cittadini e le imprese attraverso di essa. Ma offre anche opportunità per stimolare la crescita, creare posti di lavoro e ridurre le disuguaglianze“.

Sia il settore pubblico che quello privato – spiega Draghi – devono fare la loro parte. I governi possono fissare obiettivi a breve e lungo termine e garantire stabilità politica, finanziaria e normativa. Ma non possono fare tutto, avverte. Le aziende private accelerano la diffusione delle tecnologie pulite, promuovono l’innovazione e promuovono la produzione su larga scala.

Il finanziamento pubblico “aiuta ad attrarre finanziamenti verdi e a ridurre i rischi per gli investimenti del settore privato. I partenariati pubblico-privati uniscono le due realtà”. Per questo la direzione – dice Draghi – deve essere verso il pubblico che sostiene iniziative private che inseriscono priorità sociali e ambientali nei loro modelli di produzione, come l’iniziativa del Principe Carlo, sui mercati sostenibili.

Transizione ecologica

L’accordo finale dei 20 potenti della terra riesce a sciogliere il nodo clima, quello più tosto: nel documento finale del vertice i governi hanno infatti confermato i 100 miliardi di stanziamento ai Paesi più fragili per affrontare nei prossimi anni la sfida della transizione ecologica (intanto, noi di QuiFinanza abbiamo simulato quanto costa dormire negli hotel scelti dai leader mondiali, trovate i prezzi qui).

Temperatura media globale

Ma soprattutto, viene spostato l’obiettivo della temperatura media globale da 2 a 1,5, perseguendo gli sforzi già raggiunti negli Accordi di Parigi per limitarla a 1,5 gradi al di sopra dei livelli preindustriali, si legge nella bozza di dichiarazione conclusiva.

“Qualcuno di noi chiede perché spostiamo il nostro obiettivo da 2 a 1,5 gradi? Perché lo dice la scienza” spiega ancora Daghi. “Dobbiamo ascoltare gli allarmi che vengono dalla comunità scientifica mondiale”. L’ultimo rapporto del Gruppo intergovernativo delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici mostra che dobbiamo effettuare riduzioni immediate, rapide e sostanziali alle emissioni per evitare “conseguenze disastrose”.

Emissioni di gas serra e decarbonizzazione

Nel comunicato finale del G20 si legge che i 20 big si impegnano “a ridurre significativamente le nostre emissioni collettive di gas serra, tenendo conto delle circostanze nazionali e rispettando i nostri Ndc (gli impegni presi da ogni Paese, ndr)”. E ancora: “Riconosciamo che le emissioni di metano rappresentano un contributo significativo al cambiamento climatico e riconosciamo, in base alle circostanze nazionali, che la sua riduzione può essere uno dei modi più rapidi, fattibili ed economici per limitarlo”.

Per questo verranno aumentati gli sforzi per eliminare gradualmente e razionalizzare, a medio termine, i sussidi ai combustibili fossili inefficienti. Serve assolutamente il passaggio all’energia pulita per ottenere le necessarie riduzioni delle emissioni di gas serra: “Non possiamo più rimandare tutto questo”.

L’obiettivo emissioni zero, con la contestuale fine del processo di decarbonizzazione, sarà raggiunto “entro o intorno a metà secolo”. Allora si centrerà l’obiettivo necessario, già fissato in altre conferenze sul clima per frenare i cambiamenti climatici. “Metteremo fine alla concessione di finanziamenti pubblici per nuove centrali elettriche a carbone all’estero entro il 2021“, si legge in uno dei passaggi della bozza, che non indica però la data dell’abbandono del carbone a livello nazionale.

Nella dichiarazione finale del G20 la formula scelta, spiegano fonti interne, rappresenterebbe un compromesso per venire incontro alle diverse situazioni tra i Paesi, alcuni dei quali hanno ancora bisogno del carbone.

La Russia contro

Molto diversa invece la posizione della Russia. “Il 2050 non è un numero magico, se questa è l’ambizione dell’Ue, altri Paesi hanno altre ambizioni” ha tuonato il ministro degli Esteri russo Serghiei Lavrov a margine del G20.

La Russia cercherà di raggiungere la neutralità carbonica entro il 2060“, ha annunciato, respingendo “vuote ambizioni”. E sottolineando che il 2050 era stato concordato in ambito G7, quindi “non è stato elegante” presentarlo al G20, non è stato “rispettoso degli altri Paesi del G20”.

La posizione del Premio Nobel per la Fisica Parisi sul Pil

Un accordo a metà, dunque, quello raggiunto a Roma. Di fronte al quale le parole pronunciate alcuni giorni fa dal neo Premio Nobel e fisico Giorgio Parisi riecheggiano ora potentissime. Un monito e un manifesto politico-economico guardato con gli occhi della scienza quello che Parisi ha di fatto consegnato alla riunione PreCop26 dei parlamentari parlando nell’aula di Montecitorio, nel suo intervento alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e della speaker della Camera statunitense Nancy Pelosi.

Molto critica la sua posizione sul Pil: “Il Prodotto interno lordo dei singoli Paesi sta alla base delle decisioni politiche, e la missione dei governi sembra essere di aumentare il Pil il più possibile, obbiettivo che è in profondo contrasto con l’arresto del cambiamento climatico”.

Parisi ha detto di volere fare proprie alcune delle parole che Robert Kennedy pronunciò il 18 marzo del 1968 all’Università del Kansas:

“Il Prodotto nazionale lordo comprende l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per ripulire le nostre autostrade dalla carneficina. Comprende le serrature speciali per le nostre porte e le prigioni per le persone che le rompono. Comprende la distruzione delle sequoie e la perdita della nostra meraviglia naturale come effetto di un caotico sviluppo… Insomma misura tutto, tranne ciò che rende la vita degna di essere vissuta. E può dirci tutto sull’America, tranne perché siamo orgogliosi di essere americani, ed è così in tutto il mondo”.

In vista della conferenza Onu sui cambiamenti climatici, che si è aperta proprio oggi 31 ottobre a Glasgow fino al 12 novembre, il nuovo Nobel per la Fisica italiano ha lanciato un’indicazione molto forte per l’economia globale: “Il Prodotto nazionale lordo non è una buona misura dell’economia. Cattura la quantità ma non la qualità della crescita”.

Sono stati proposti molti indici diversi, tra cui l’indice di sviluppo umano e l’indice di benessere economico sostenibile per misurare altre cose. Ma, ha osservato, “se il Prodotto nazionale lordo rimarrà al centro dell’attenzione, il nostro futuro sarà triste. I politici, i giornalisti, gli economisti che pianificano il nostro futuro e monitorano i progressi che sono stati fatti, devono usare un indice che consideri altri aspetti oltre al Prodotto nazionale lordo”.

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