Cop26, stop a benzina e diesel: cosa ha deciso l’Italia

Durante la Conferenza delle parti sul clima è stato firmato un documento che impegna Paesi e imprese a bloccare la produzione di auto con motori a benzina e diesel

Continuano i lavori della Cop26, la Conferenza delle parti che si tiene a Glasgow e alla quale partecipano i Paesi dell’Onu e i rappresentanti del mondo delle imprese e delle istituzioni sovranazionali. L’obiettivo è quello di arrivare a dei concordati per abbassare le emissioni e contrastare il cambiamento climatico e il surriscaldamento globale attraverso azioni congiunte tra gli stati e le imprese.

Cop26, stop a benzina e diesel: 6 case automibilistiche dicono sì

Tra gli impegni presi c’è quello di 24 Paesi e 6 grandi gruppi automobilistici per eliminare la produzione di auto a benzina e diesel. Questi i gruppi che hanno firmato la dichiarazione.

  • Volvo.
  • Ford Motor.
  • General Motors.
  • Mercedes Benz.
  • Byd.
  • Jaguar Land Rover.

Il documento prevede il passaggio graduale a macchine a emissioni zero, considerando che il trasporto su strada causa circa il 15% delle emissioni totali di gas serra. I mercati principali dovrebbero raggiungere l’obiettivo nel 2035, tutti gli altri nel 2040.

Nonostante la volontà di questi grandi produttori di sopprimere la fabbricazione e la messa in commercio di motori termici, si sono sottratte a questo accordo diverse nazioni che rappresentano un’importante quota del mercato automobilistico.

Cop26, stop a benzina e diesel: perché l’Italia ha detto no

Oltre a Stati Uniti d’America, Cina e Germania, c’è anche l’Italia. A spiegare il rifiuto del nostro Paese di abbandonare diesel e benzina ci ha pensato il ministro per lo Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti della Lega.

Al Corriere della Sera il membro dell’esecutivo ha sottolineato che la transizione ecologica dovrà essere affrontata con un approccio “tecnologicamente neutrale”, spiegando che la decarbonizzazione non necessariamente deve essere sinonimo di elettrico.

Il pericolo è quello di far diventare “ideologico” un percorso che dovrebbe invece essere “razionale”. Non solo. Potrebbe essere messo a repentaglio, con una decisione simile, un intero mercato.

Si tratta di quello della componentistica, che in Italia conta una folta schiera di lavoratori, e che rischierebbe di essere “spazzato via” da una transizione troppo rapida e mal progettata all’auto elettrica.

“Tutti vogliamo combattere l’inquinamento, vivere in un mondo più sano e compatibile con l’ambiente”, ha dichiarato ancora il ministro, spiegando che il documento, per come è stato scritto, potrebbe bloccare “in modo pregiudiziale” anche altre strade.

Il rischio sarebbe quello di porre un freno alla ricerca anche su forme di combustibili non fossili e meno inquinanti, e sbarrare la strada al mercato delle auto a idrogeno, su cui le imprese italiane stanno facendo grossi investimenti. D’altronde l’Italia ha firmato lo stop ai sussidi sul fossile, come spiegato qui.

Vi abbiamo svelato quanto vale il contributo delle banche alla transizione green qui, mentre potete trovare gli obiettivi della Cop26 in questo articolo.

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