Allarme clima, rischio allagamento per questi celebri monumenti

Lo studio realizzato dal gruppo ambientalista Climate Central prevede uno scenario catastrofico: intere metropoli finiranno sotto il livello del mare

Da Buckingham Palace alla la Torre di Londra. Da Plaza de España a Siviglia al Burj Khalifa a Dubai, passando per l’indiano Taj Mahal e i grattacieli vietnamiti di Hanoi.

Tutti questi monumenti dell’architettura mondiale rischiano tutti di finire in fondo al mare se l’umanità non si impegnerà seriamente per frenare i cambiamenti climatici.

La fosca previsione arriva da un nuovo studio del gruppo ambientalista Climate Central, un’organizzazione americana senza scopo di lucro che compie ricerche e pubblica informazioni riguardanti il settore della climatologia.

Secondo gli ultimi dati pubblicati, le attuali emissioni inquinanti causeranno un aumento delle temperature medie mondiali di oltre tre gradi Celsius. Questo fenomeno provocherà un innalzamento dei mari che rischia di inghiottire una cinquantina di città dislocate in tutto il mondo.

I ricercatori lanciano anche un disperato appello ai governanti delle regioni ritenute più a rischio, invitandoli calorosamente a mettere subito in atto misure difensive per contrastare questa catastrofe annunciata.

Le tragiche prospettive per la vita di milioni di persone

L’analisi è stata resa pubblica proprio nei giorni in cui i grandi della Terra si sono riuniti a Roma per un G20 (qui il resoconto del fine settimana dei potenti riuniti in Italia) che avrebbe dovuto dare risposte chiare in tema di contrasto ai cambiamenti climatici, dopo che il tanto acclamato accordo di Parigi del 2015 è rimasto (fino ad ora) sostanzialmente inapplicato in tutto il mondo.

L’ostacolo più grande si è rivelata la scarsa sensibilità dei Paesi in via di sviluppo, che accusano l’Occidente di aver sfruttato senza ritegno le risorse naturali durante i decenni di forte industrializzazione, chiedendo oggi a loro di stringere la cinghia proprio quando iniziano ad intravedere condizioni di benessere economico per i propri cittadini.

Nel documento si legge che – senza un significativo intervento da parte dei governi e delle multinazionali –  le terre abitate da quasi il 10 per cento dell’attuale popolazione mondiale (oltre 800 milioni di persone) sono a rischio inondazione. Molte piccole nazioni insulari potrebbero invece essere quasi totalmente sommerse.

La mancanza di un piano per il clima serio e condiviso

Le zone ritenute esponenzialmente più a rischio ( ad oggi abitate da circa 600 milioni di individui) si trovano in Asia, specialmente quella sud-orientale, che conta ben otto delle dieci grandi nazioni più soggette a catastrofi naturali innescate dai cambiamenti climatici. Ma anche l’europea Londra compare tra le metropoli a forte rischio.

Soltanto in Cina, quasi 43 milioni di persone vivono in territori ritenuti molto pericolosi, aree destinate a finire sommerse dal mare entro la fine di questo secolo. Uno scenario che non sembra possibile scongiurare se verranno rispettate le previsioni di innalzamento delle temperature globali di tre gradi Celsius.

Eppure la politica locale (soprattutto da parte di stati come l’India, il Vietnam e l’Indonesia) non sembra aver compreso la gravità della situazione. Questi Paesi infatti non solo stentano ad adottare misure di prevenzione che consentano di invertire la tendenza, ma hanno addirittura aumentato il consumo e la capacità estrattiva di carbone tra il 2015 e il 2019 (qui tutti i dati su quanto ci costa il cambiamento climatico).

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