Oil&Gas, investitori sollecitano una svolta “green”

Anche il mercato chiede di diventare più “green”. Si potrebbe definire “effetto Greta” sull’economia

Anche il mercato chiede di diventare più “green”. Si potrebbe definire effetto Greta sull’economia lo scenario che negli ultimi anni si è andato consolidando nei mercati dei paesi più ricchi, con una crescente fiducia nei titoli di compagnie con chiare ambizioni ambientali e impegnate in una transizione energetica sempre più incentrata sulle fonti rinnovabili e sulla riduzione delle emissioni climalteranti.

Uno scenario che prevede per le compagnie petrolifere ruoli sempre più marginali e livelli di guadagno sempre più risicati. Il tutto a vantaggio di aziende che, pur non essendo in grado di fornire gli stessi tassi di rendimento delle aziende dell’Oil&Gas nell’epoca d’oro del petrolio, assicurano rischi ridotti e godono di un sostegno ampissimo, tanto a livello politico quanto a livello sociale.

Uno studio pubblicato dalla società di consulenza statunitense Boston Consulting Group la scorsa settimana, infatti, mostra come siano gli stessi investitori a chiedere alle compagnie petrolifere di prestare maggiore attenzione agli investimenti “green”, anche se questo vuol dire un ritorno economico minore.

Questa è almeno la linea di pensiero per il 65% degli intervistati dal BCG, una percentuale che sale all’83% se si considerano coloro che credono che le compagnie dell’Oil&Gas dovrebbero diversificare il loro portafoglio attività con progetti a basso impatto ambientale. Per una quota ancora maggiore (86% del campione) la via dell’ambiente è addirittura importante per queste aziende per trovare una loro collocazione nel mercato del futuro.

Visioni che non sempre le stesse compagnie – soprattutto quelle statunitensi, più restie a “intaccare” il loro core business storico – sono riuscite a digerire e a fare proprie negli ultimi anni e che hanno pagato anche economicamente. Non è un caso, infatti, che la texana ExxonMobil si è vista rimpicciolirsi nell’ultimo decennio fino ad arrivare quest’anno anche a pesare economicamente un terzo di quanto fosse nel 2007, quando la sua capitalizzazione superava i 500 miliardi di dollari.

E se dal 2019 è fuori dalla top10 delle società Made in Usa – scalzata dai giganti del web – è notizia delle scorse settimane quella che l’ha vista superata in termini di capitalizzazione anche dalla NextEra, utility della Florida che con i suoi 20 GW installati, detiene il record di potenza di energia rinnovabile (solare ed eolico) in Nord America.

Un segnale dei dubbi che gli investitori hanno nei confronti della capacità delle compagnie petrolifere di adattarsi al nuovo contesto, soprattutto nei mercati più avanti economicamente. Perché se è vero che la maggior parte di loro crede in un ritorno dei livelli di domanda a quelli pre-Covid una volta superata la pandemia (67%), 4 intervistati su 5 hanno puntato sul fatto che a guidare la domanda di combustibile fossile saranno soprattutto i mercati emergenti.

Ma un quadro ancora più fosco per l’Oil&Gas si va delineando se si osservano le prospettive future degli intervistati. Se solo un investitore su tre crede oggi che un investimento in combustibili fossili sia ancora più attraente economicamente di uno in energia da fonti rinnovabili, la maggior parte delle preoccupazioni sono rivolte ai prossimi 10 anni: solo il 25% crede che titoli delle compagnie petrolifere troveranno uno spazio maggiore nel loro portafoglio attività.

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