Cambiamento climatico, convinzioni sbagliate e miti da sfatare

Secondo un giornalista statunitense, la gran parte delle affermazioni sulle conseguenze del cambio climatico sono esagerate

Nel corso degli ultimi anni, il movimento contro il surriscaldamento globale e il cambiamento climatico ha conquistato una forza sempre maggiore. Non sempre, però, le argomentazioni utilizzate dai maggiori rappresentanti dei movimenti “green” sono giuste o “calibrate”.

Sesta estizione di massa in un paio di decenni o giù di lì. Il collasso della civilizzazione già avviato. Il mondo è avviato verso una fine catastrofica se non agiamo entro i prossimi 12 anni. Continuando in questo modo, entro il 2030 si avvierà una reazione a catena che porterà alla fine della nostra civilizzazione. Intere regioni del mondo sommerse a causa dell’innalzamento del livello del mare. Carestie sempre peggiori e disastri naturali causeranno migrazioni di massa, con inevitabili “scontri di civiltà”.

Queste alcune delle affermazioni che, nel corso degli ultimi anni, hanno acquisito sempre maggior rilievo nel dibattito pubblico, sino a esser considerare una sorta di “verità a priori”, che difficilmente possono essere messere in dubbio. Ma è esattamente così? E’ proprio vero che, se non dovessi agire a breve termine, la nostra specie – e tutte le altre – sono destinate a scomparire nel giro di qualche decennio? Per Michael Shellenberger, giornalista su tematiche ambientali, cofondatore del “Breakthrough Institute” e fondatore di “Environmental Progress”, non è affatto così.

In un suo contributo per la versione online di Forbes, Shellenberger analizza tutte queste affermazioni per dimostrarne la scarsa attinenza con dati e fatti scientificamente provati. Ad esempio, non ci sono dati o ricerche che dimostrino che, senza un’inversione di rotta, la nostra specie sia destinata a scomparire nel giro di un paio di decenni.

Così come è possibile dimostrare che i cambiamenti climatici hanno sì un impatto sulla nostra vita, ma il livello di ricchezza raggiunto ci ha reso meno vulnerabili alle crisi climatiche e ambientali. Se nel 1931 morivano 3,7 milioni di persone in tutto il mondo a causa di disastri naturali, nel 2018 il numero di vittime è calato a 11 mila. Discorso analogo per carestie e crisi alimentari: secondo i dati disponibili, già oggi si produce cibo a sufficienza per 10 miliardi di persone e, stando alle previsioni della FAO, la produzione è destinata a crescere di un ulteriore 30% entro il 2050.

Per quel che riguarda l’innalzamento del livello dei mari – che, secondo il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC), dovrebbero alzarsi di 60 centimetri entro il 2100 – basterebbe pensare che vaste aree dei Paesi Bassi sono al di sotto del livello del mare. Alcune anche di ben 7 metri. Le tecnologie attuali, insomma, dovrebbero consentirci di ottenere risultati anche migliori di quelli ottenuti dagli olandesi oltre 4 secoli fa.

Ciò vuol dire che il cambiamento climatico non debba preoccuparci? Niente affatto, sostiene Shellenberger. Ma sinora, probabilmente, ci siamo allarmati per le conseguenze errate. Ad esempio, gli stravolgimenti del clima avranno un fortissimo impatto sulla possibilità di sopravvivenza di centinaia e migliaia di specie animali oggi a rischio estinzione. Questo, però, ha poco a che fare con la sopravvivenza della nostra specie. “Se vogliamo salvare le specie in via di estinzione – si legge nell’articolo del giornalista statunitense – dovremmo farlo per ragioni etiche, spirituali o estetiche, e non perché temiamo per la nostra estinzione”.

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