Tasse, mossa a sorpresa degli Stati Uniti contro l’Italia: come cambiano i dazi

Gli Stati Uniti mercoledì 2 giugno hanno annunciato tariffe del 25% su oltre 2 miliardi di dollari di importazioni da sei paesi, Italia compresa

L’ufficio del rappresentante commerciale degli Stati Uniti (USTR) mercoledì 2 giugno ha annunciato di aver approvato nuove tariffe per i dazi sulle importazioni di merci provenienti da Gran Bretagna, Spagna, Turchia, India, Austria e Italia. La decisione è arrivata in risposta alle digital tax approvate e in vigore in questi Paesi, considerate discriminatorie nei confronti delle multinazionali americane.

Dazi USA al 25%: i prodotti Made in Italy più colpiti

L’USTR ha affermato che imporrà i suoi dazi del 25% sulle importazioni. Queste nuove tariffe, è stato poi specificato, interesseranno anche le merci provenienti dall’Italia, per un valore totale di 386 milioni di dollari (più di 300 milioni di euro). Tra le categorie di beni di consumo Made in Italy colpiti rientrano abbigliamento, borse e lenti ottiche, che sono tra i prodotti più venduti e apprezzati dal mercato USA.

Le nuove tariffe imporrebbero dazi del 25% sulle importazioni per recuperare ed eguagliare l’importo delle tasse digitali che verrebbero riscosse dalle aziende statunitensi. Il presidente Joe Biden, comunque, ha annunciato una sospensione degli stessi per i prossimi sei mesi, con la speranza che questa “tregua” possa aprire ai negoziati e spingere gli Stati coinvolti a trovare una soluzione. Se non si dovesse trovare un accordo, le nuove tasse non verrebbero comunque applicate prima della fine del 2021.

La rappresentante per il commercio degli Stati Uniti, Katherine Tai, ha inoltre affermato di essere concentrata nel “trovare una soluzione multilaterale” sulle tasse digitali e ad altre questioni fiscali internazionali che metta d’accordo tutti, per questo si è detta intenzionata a raggiungere un accorso attraverso i negoziati dell’OCSE e del G20.

Dazi USA e digital tax: la mossa a sorpresa di Biden

Il dibattito su quando e come iniziare a tassare i giganti della tecnologia è diventato un argomento molto dibattuto, soprattutto per la portata e l’impatto che questo settore ha sull’economia. Basta pensare che, secondo la Banca Mondiale, l’economia digitale equivale al 15,5% del PIL globale e negli ultimi 15 anni è cresciuta ad una velocità due volte e mezzo maggiore rispetto al passato.

Questa rapida espansione ha scatenato dibattiti globali in molti ambiti legali e normativi. Nell’ambito della fiscalità internazionale, per esempio, ci si è concentrati sull’adeguatezza delle attuali regole e, in particolare, sulla ripartizione del reddito e degli utili tra i paesi.

Di conseguenza, nel 2018, la Commissione europea (CE) ha proposto un’imposta temporanea sui servizi digitali (DST) da imporre con un’aliquota del 3% sui ricavi derivanti da servizi pubblicitari online, entrate o entrate da attività di intermediari digitali e vendite di utenti – dati raccolti. Le imprese con un fatturato annuo mondiale superiore a 915 milioni di dollari (750 milioni di euro) e un reddito imponibile all’interno dell’UE superiore a 61 milioni di dollari (50 milioni di euro) sarebbero soggette all’imposta. Sebbene la proposta iniziale sia stata respinta, diversi paesi dell’Ue (ed esterni) hanno visto i DST come un modo efficace per generare entrate e hanno adottato questo nuovo sistema tassativo.

In risposta, gli Stati Uniti hanno minacciato di imporre tariffe di ritorsione, sostenendo – come abbiamo visto – la portata discriminatoria della digital tax, che secondo loro si è dimostrata essere uno svantaggio per le multinazionali statunitensi.

La mossa a sorpresa degli USA, però, non è piaciuta a molti agenti attivi sul commercio internazionale. In un momento di forte recessione e di crisi scatenati dall’emergenza Covid, per molti questo non è sicuramente il momento migliore per procedere con l’introduzione e l’inasprimento di ulteriori tasse.

Bisogna inoltre aggiungere che la digital tax in Europa nasce dopo anni di negoziati e dispute con le grandi aziende tecnologiche che, pur operando in Ue, spesso godono di sistemi di tassazione più agevolati grazie a sedi legali o amministrative in Paesi dove la pressione fiscale è minore.

La Commissione europea ha però fatto sapere di aver accolto “con favore la decisione degli Stati Uniti di sospendere l’applicazione delle tariffe fino a 180 giorni”, aggiungendo poi che i “negoziati multilaterali sul tema in corso presso l’Ocse sono il luogo giusto per trovare una soluzione globale all’equa tassazione del settore digitale”.

Nulla di definitivo dunque è stato ancora deciso sui dazi alle importazioni italiane negli USA, tutto potrebbe ancora cambiare perché le tariffe saranno – come abbiamo visto – oggetto di negoziazione.

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