Quanto costa il welfare in Europa

Il welfare è una delle spese più costose per l'UE e nel 2017 ha portato ad una spesa pari a circa 2.890 miliardi di euro per le misure previdenziali

Il welfare è l’insieme di tutte le misure a favore della protezione sociale dei cittadini, comprende le pensioni, i sussidi di disoccupazione e gli assegni familiari.

È da sempre la voce più costosa nei bilanci dell’UE, ma serve per garantire determinati servizi assistenziali e permettere a tutti i cittadini una vita più che dignitosa. Nel 2017 sono stati spesi circa 2.890 miliardi per queste misure, il doppio rispetto alla sanità e il quadruplo dell’istruzione. Non tutti gli stati dell’Unione, però, hanno a disposizione la stessa cifra e negli stessi settori, questo varia a seconda delle politiche e della situazione economica del paese.

Al primo posto della classifica dei Paesi che spendono di più c’è la Finlandia, con un costo delle politiche assistenzialiste pari al 24,9% del suo PIL, impiegati in particolar modo nelle pensioni di vecchiaia (13,8%), come accade in quasi tutti gli Stati membri UE. Oltre alle pensioni, gran parte del PIL è stato impiegato anche nei provvedimenti per malati e disabili e per le norme di supporto alle famiglie, a ciascuno dei quali viene destinato rispettivamente il 3,1% del reddito pro capite, in modo da fornire ai cittadini il supporto necessario.

Seguono la Francia con il 24,3%, la Danimarca con il 22,4% e l’Italia con il 20,9%, quasi quanto l’Austria che invece destina circa il 20,5% al Welfare. I Paesi con un sistema di welfare tra i meno costosi d’Europa sono invece Lettonia e Lituania che spendono intorno all’11% del PIL, mentre Malta e Islanda sono ferme a circa il 9 – 10%.

Gli ammortizzatori sociali che pesano di più anche nel bilancio del nostro Paese sono sicuramente le pensioni, pari a quasi la metà della spesa totale, mentre la seconda voce più costosa è rappresentata dagli assegni di reversibilità (2.6%).
Nonostante la grande spesa dell’Italia in questo settore, il sistema non è sostenibile e rischia di non funzionare a lungo, dato che l’INPS va avanti solo grazie a costanti investimenti dello Stato. A partire dal 2015 si sono fatti sentire i primi effetti della riforma Fornero, che ha alzato l’età pensionabile e influenzerà l‘andamento delle finanze dello Stato significativi fino al 2020, quando la spesa calerà intorno al 15,1% del PIL. Questa situazione potrà soffrire però negativamente dell’introduzione della Quota 100, che peserà sul bilancio finale.

Secondo i dati INPS, le pensioni complessive al 31 dicembre 2018 sono state pari a 17,8 milioni e di queste circa il 22,2%, quindi 4 milioni, sono di tipo assistenziale, quindi non coperte dai contributi versati ma finanziate dalla collettività, alle quali si aggiungono le pensioni di invalidità erogate anche dopo 3 anni di contribuzione. A peggiorare questa situazione si sommano anche i cosiddetti “furbetti”, ovvero coloro che evadono le tasse o pagano meno di quanto dovrebbero.

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