Cos’è la minimum tax globale per le multinazionali: storico accordo di 130 Paesi

L'intesa siglata da 130 Paesi dopo i negoziati Ocs prevede che i grandi colossi internazionali paghino tasse in tutti i territori in cui operano, anche in forma digitale

Storico accordo dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, con 130 Paesi che hanno siglato un nuovo piano di riforma della tassazione internazionale che prevede un radicale cambio di rotta riguardo le multinazionali su spinta dei G7.

Il documento prevede un aggiornamento dei secolari elementi chiave del sistema di imposte sovrannazionali, ritenuti inadatti all’economia globale e digitalizzata del 21esimo secolo. Gli stati che hanno aderito rappresentano il 90% del Pil mondiale.

Due i pilastri su cui si fonda il documento, che arrivano dopo le tante negoziazioni coordinate dall’Ocse nell’ultimo decennio, e che hanno lo scopo di garantire che le multinazionali paghino le tasse nei Paesi dove operano e dove accumulano guadagni, con l’introduzione della minimum tax globale.

Cos’è la minimum tax globale per le multinazionali: i due pilastri

Il primo pilastro riguarda una più equa distribuzione dei profitti e dei diritti di tassazione tra Paesi rispetto alle più grosse multinazionali, inclusi i colossi digitali.

Significa che le multinazionali non dovranno più pagare le tasse solo nei Paesi di origine, ma anche in tutti quei mercati dove perseguono le proprie attività e in cui traggono profitto, a prescindere dalla loro presenza fisica sul territorio.

Il second pilastro riguarda invece l’imposizione di una base sulle imposte sul reddito sulle società – in Italia è l’Ires – attraverso l’introduzione di un’aliquota fiscale minima comune del 15%, che potrebbe genere entrate per circa 150 miliardi di dollari all’anno.

Cos’è la minimum tax globale e perché è utile a stati e aziende

Il pacchetto è stato studiato anche per supportare i governi che necessitano di gettito per ripagare il proprio debito e investire su servizi pubblici, infrastrutture e misure per la ripartenza dopo la pandemia di Covid-19 e la conseguente crisi economica.

La minimum tax globale per le multinazionali è pensata anche per dare più certezze alle aziende che, nel ruolo di contribuenti, non dovranno più districarsi tra regolamenti e tassazioni differenti in ogni Paese in cui operano.

L’intesa, definita senza precedenti, non elimina la competizione tra stati, ma imposta di comune accordo delle limitazioni per tutti, agevolando quei Paesi che hanno cercato di implementare, ad esempio, delle web tax per i colossi digitali come Google e Amazon, fallendo nell’impresa.

I partecipanti al negoziato prevedono entro la fine di ottobre 2021 l’ultimazione dei lavori tecnici sull’approccio a due pilastri stabilito con l’Ocse, e l’effettiva implementazione del piano nel 2023.

Cos’è la minimum tax globale e perché 9 Paesi sono contrari

Nove Paesi non hanno siglato l’intesa. Si tratta di Barbados, Estonia, Irlanda, Kenya, Nigeria, Perù, Saint Vincent e Grenadine, Sri Lanka, Ungheria. Tutti paradisi fiscali in cui la tassazione per le imprese è sotto il 15% e che potrebbero diventare mete meno appetibili per gli investitori.

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