Tasse e youtuber: chi ci guadagna veramente

Lavorare come youtuber conviene? Al vaglio compensi, tasse e regimi fiscali applicabili

Fare lo youtuber può essere considerato oggi a tutti gli effetti un lavoro. Come tutte le professioni libere, però, necessità di essere dichiarato al fisco. A fronte delle tasse che bisogna pagare, allora, è necessario capire anticipatamente se ne vale o meno la pena intraprendere questo mestiere.

Prima di passare al regime fiscale applicabile agli youtuber è necessario fare una premessa. I guadagni di chi fa video su Internet, o per lo meno di chi lo fa per lavoro, sono derivanti da collaborazioni con inserzionisti, sponsorizzazioni e vendita di spazi pubblicitari. Per questo motivo questo tipo di attività viene oggi inserita nella categoria delle attività commerciali.

Per non avere problemi con gli Enti di controllo dell’Amministrazione Finanziaria, una volta ricevuti i primi compensi, qualsiasi youtuber è tenuto all’apertura della partita Iva.

I guadagni da Youtube (e da tutte le attività connesse) sono da considerare come una sorta di retribuzione lorda che, pertanto, deve essere soggetta a tassazione. Dal volume di affari di uno youtuber, inoltre, dipenderà il suo inquadramento nell’apposito regime fiscale.

Le strade da percorrere, a questo punto, saranno due:

  • godere delle agevolazioni previste dal regime forfettario;
  • aderire al regime ordinario (qualora i propri introiti superino determinati limiti e/o non si sia in possesso dei requisiti richiesti ai forfettari).

Supponiamo che i guadagni di uno youtuber non superino i 65.000, questo vuol dire che lo stesso potrà aprirsi partita Iva ricorrendo al regime forfettario.

Il regime forfettario consente di applicare sul reddito un’unica imposta, in sostituzione di quelle previste dal regime ordinario (imposte sui redditi, addizionali regionali e comunali, Irap). L’aliquota da applicare sarà pari al 15%.

A queste imposte, sia nel caso del regime forfettario che in quello ordinario, si dovranno poi aggiungere i costi di apertura della partita Iva e quelli di gestione (come il pagamento del commercialista).

È ovvio quindi che, essendo il peso fiscale abbastanza importante (specie per chi è alle prime armi), prima di lanciarsi in questo business bisognerebbe capire se il gioco ne valga veramente la candela.

Non pagare le tasse esporrebbe ad un rischio troppo alto, ovvero quello di essere accusati di evasione fiscale (come è successo allo youtuber St3pny).

Quando si hanno pochi follower, pertanto, la prima cosa che sarebbe opportuno valutare è se prendere o meno accordi commerciali con i vari brand. I compensi, seppur minimi, dovranno essere dichiarati e, ovviamente, su questi bisognerà pagare le tasse. I guadagni, quindi, potrebbero essere (minimi se non nulli).

Se gli iscritti al proprio canale Youtube sono invece tanti, e se numerose sono le collaborazioni accettate, è ovvio allora che il discorso cambia, perché importanti saranno anche gli introiti che dalle sponsorizzazioni deriveranno. Pagare le tasse, di conseguenza, diventerebbe una spesa sostenibile.

Fonte: ANSA

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