Tassa di successione: cos’è, quanto si paga e come evitarla

Da tempo si parla di una sua riforma, ma per ora tutto tace. Ecco come funziona l'imposta di successione, quanto costa, la franchigia e come pagare meno

L’imposta sulle successioni e sulle donazioni (ISD) venne introdotta in Italia nel 1991, con aliquote progressive comprese tra il 3 e il 33% e una franchigia complessiva di 250 milioni di lire.

Quando è stata introdotta e com’è cambiata nel tempo

Nel 2000 il governo Amato ridusse fortemente la portata dell’imposta, passando da una franchigia unica complessiva a franchigie per ciascun beneficiario, ognuna del valore di 350 milioni di lire, e riducendo le aliquote all’intervallo attuale del 4-8%, senza più alcuna progressività.

Dopo questo primo ridimensionamento, l’imposta fu poi completamente abolita nel 2001 dal governo Berlusconi e infine, nel 2006, il governo Prodi la reintrodusse sul modello di quella in vigore prima dell’abolizione, e cioè appunto aliquote basse e franchigie individuali elevate, con una struttura rimasta invariata fino ad oggi.

Come funziona la tassa sulla successione

L’imposta sulle successioni e sulle donazioni (ISD) attualmente in vigore in Italia si applica a tutte le eredità e alle donazioni tra vivi, con aliquote e franchigie differenziate a seconda del grado di parentela tra chi effettua e chi riceve il trasferimento di beni. Ecco il dettaglio:

  • per i trasferimenti in favore del coniuge o di parenti in linea retta (figli, nipoti, genitori ecc.) l’aliquota è pari al 4% del valore ricevuto (al netto degli eventuali debiti), ma ogni beneficiario ha diritto a una franchigia di 1 milione di euro, cioè non paga nessuna imposta se la quota di eredità o la donazione che riceve è inferiore a 1 milione;
  • per i trasferimenti in favore di fratelli o sorelle l’aliquota sale al 6%, con una franchigia per ciascun beneficiario pari a 100mila euro;
  • per i trasferimenti in favore di altri parenti fino al quarto grado, l’aliquota resta al 6% ma non si applica alcuna franchigia;
  • infine, per i trasferimenti in favore di tutti gli altri soggetti l’aliquota è dell’8% e non vi sono franchigie.

Le tipologie di beni esenti

Diverse tipologie di beni sono considerate esenti dall’imposta e non rientrano quindi nel valore complessivo dell’eredità o della donazione. Le principali esenzioni riguardano:

  • i titoli di stato italiani e di altri paesi Ue;
  • le aziende, i rami di azienda o le quote di controllo in società di capitali, se i parenti in linea retta o il coniuge proseguono nell’esercizio dell’attività per un periodo di almeno cinque anni dalla data del trasferimento;
  • il TFR e le prestazioni erogate dai fondi di previdenza complementare;
  • i veicoli iscritti nel Pubblico Registro Automobilistico;
  • le polizze vita.

I pro e i contro

Da tempo si parla di una possibile riforma della tassa sulle successioni, e relativa nuova patrimoniale, dal momento che l’imposta in Italia è particolarmente vantaggiosa per i contribuenti.

Nel valutare i pro e contro dell’imposta, occorre tenere conto che una buona parte delle ricchezze di grandi dimensioni sono detenute all’estero, spesso celate al fisco tramite mandati fiduciari o trust funds, e che la tassa tende a colpire soprattutto le proprietà immobiliari del ceto medio.

Come pagare di meno o non pagare l’imposta

Come ricordano Edoardo Frattola e Giampaolo Galli dell’Osservatorio sui Conti Pubblici dell’Università Cattolica nel loro studio “Pro e contro dell’imposta su successioni e donazioni”, esistono vari modi attraverso i quali le persone meglio attrezzate dal punto di vista finanziario possono “eludere” l’imposta, legalmente certo, ma pur sempre traendone beneficio.

Per le proprietà immobiliari, per esempio, un modo di evitare l’imposta è quello di intestare la nuda proprietà di un’abitazione a uno dei futuri eredi, mantenendo soltanto l’usufrutto (qui vi abbiamo spiegato come potrebbe cambiare il catasto).

Analogamente, cointestando al coniuge o ai figli i propri conti correnti è possibile escludere dal valore dell’asse ereditario una parte della propria ricchezza finanziaria.

Infine, ad avvantaggiare soprattutto le famiglie più ricche interviene anche l’esclusione delle aziende e delle quote di controllo di società dall’asse ereditario: questa esenzione, presente in Italia e in varie forme anche in altri paesi europei, è motivata dall’idea che, in caso di imposizione, ci sarebbe un forte incentivo a non quotare in borsa le società per poter sfuggire al Fisco.

Scoraggiare la quotazione delle società avrebbe probabilmente effetti negativi tali da giustificare questa esenzione, ma ciò comporta che buona parte della ricchezza dei “veri ricchi” non sia soggetta tassazione e possa quindi essere interamente trasmessa da una generazione all’altra. L’esenzione è motivata anche dalla considerazione che per le piccole imprese famigliari l’imposta potrebbe obbligare gli eredi a liquidare la società.

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