Taglio cuneo fiscale: i soldi che servono a PD e M5s per poter fare la riforma

Dem e pentastellati al lavoro per trovare una visione comune e i fondi da destinare al taglio del cuneo

Nell’attesa che venga trovata un’intesa per far nascere il nuovo Governo, Pd e M5s continuano a trattare sui punti cardine del programma. Tra questi, il taglio del cuneo fiscale dovrebbe essere una priorità di entrambi.

In queste ore concitate, alimentate da riunioni e confronti, sono cominciate a circolare anche le bozze dei documenti che, nel caso l’avventura di un esecutivo a tinte giallorosse riesca a decollare, diventeranno le linee guida per il futuro politico ed economico del Paese.

La sforbiciata sulle tasse relative al lavoro è argomento caro sia al Pd, sia ai pentastellati. Riuscire a tagliare il cuneo fiscale porterebbe benefici su svariati fronti che interesserebbero investimenti, assunzioni, consumi e, di conseguenza, un maggiore potere d’acquisto. Il fine sarebbe quello di innescare un circolo virtuoso per far ripartire l’economia dello Stivale.

Le misure per attivare tale spirale vantaggiosa dovrebbero trovare posto nella prossima legge di bilancio. Tuttavia, se da un lato entrambe le forze politiche sono convinte che la riduzione delle tasse sul lavoro sia indispensabile, dall’altro hanno alcune divergenze su come attuarla.

Nel concreto, il Pd vorrebbe mettere in campo un sistema di detrazioni fiscali che ingloberebbero anche gli 80 euro del bonus renziano. Nella fattispecie, si punterebbe ad allargare la platea di beneficiari, a oggi esclusi dai paletti della legge vigente. Quindi, la misura andrebbe a toccare anche gli incapienti (coloro che guadagnano meno di 8 mila euro all’anno) e i lavoratori che hanno un reddito che supera i 26 mila euro (l’idea è di ampliare la manovra fino a chi non oltrepassa i 55 mila euro).

Al momento, le stime dei dem parlano di 20 milioni di lavoratori interessati all’eventuale misura che, per essere incisiva, avrebbe bisogno di coperture pari a 5 miliardi all’anno. I lavoratori, secondo le proiezioni, si ritroverebbero annualmente 1.500 euro in più in tasca.

I pentastellati, circa la riduzione del cuneo fiscale, vorrebbero invece puntare molto di più sul taglio della tassazione alle imprese, agganciandola al salario minimo. Di fatto la proposta generale è quella che è stata discussa il 25 luglio a Palazzo Chigi. Nel dettaglio, l’idea è quella di alleggerire le imprese dal versamento del contributo Naspi sulle retribuzioni che pesa l’1,61%. Altro alleggerimento del 2,75% sarebbe quello che coinvolge la disoccupazione agricola, che interesserebbe solo i contratti di lavoro a tempo indeterminato.

Le coperture necessarie per portare a termine la misura si aggirerebbero tra i 4 e i 5 miliardi. I sindacati non sono del tutto convinti della manovra, in quanto la pressione fiscale rischierebbe di spostarsi dalle imprese alla fiscalità generale, andando comunque a pesare su altri soggetti.

Altro nodo da sciogliere è il salario minimo legale. I Cinque Stelle continuano a rilanciare i 9 euro lordi l’ora per tutti. I dem frenano guardando a non stravolgere i Ccnl (contratti collettivi nazionali di lavoro). In questo caso una sintesi la si potrebbe trovare affidando la questione a una commissione di esperti che sia in grado di far emergere una soluzione che sventi la rotta di collisione sul tema.

In primis resta da capire se nascerà il nuovo Governo. Nel qual caso, come M5s e Pd troveranno una convergenza sulla questione del taglio del cuneo. Poi in che modo reperiranno i fondi necessari per attuarlo. Già circolano indiscrezioni che se non si riuscirà a mettere in moto a pieno ritmo la riduzione delle tasse sul lavoro, inizialmente si porrà particolare attenzione sui giovani, incrementando l’attuale esonero della durata di tre anni per le assunzioni stabili degli under35 (esonero del 50% dei contributi fino a 3mila euro annui).

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