Riforma fiscale, Governo al lavoro sulla nuova Irpef

L’idea di Conte, sulla quale si continua a lavorare al Ministero, è quella di ridurre il numero e il livello delle aliquote. Un taglio che costerebbe 20 miliardi di euro

Nell’anno in cui l’Irpef compie 47 anni il Governo annuncia un’ampia riforma fiscale che, dopo anni di proposte, prevede un taglio di questa imposta. Una sforbiciata che nella visione del presidente del Consiglio Giuseppe Conte andrà a sostenere il ceto medio con l’obiettivo di alleggerire il carico fiscale e renderlo più equo. Tuttavia sullo spazio di manovra a disposizione c’è ancora da lavorare e, conti alla mano, non sembra poi molto.

Come ha spiegato il viceministro all’Economia Antonio Misiani in una intervista a La Stampa “l’ipotesi è abbassare le tasse ai lavoratori dipendenti, tagliando il cuneo fiscale a partire dei redditi medi, esclusi dal bonus di 80 euro e gravati da un’aliquota marginale Irpef molto elevata”. In concreto – ha aggiunto Misiani – ciò vuol dire “ridurre le tasse fino a 1000 euro l’anno per 4,5 milioni di contribuenti”.

Per realizzare quella che il Viceministro ha definito una “riforma complessa” che richiederà “mesi di lavoro”, secondo Misiani bisogna partire dalle criticità dell’imposta. La prima è rappresentata dal “peso eccessivo sui contribuenti del terzo scaglione” ovvero quelli che guadagnano dai 28 mila a 55 mila euro annui, su cui grava un’aliquota marginale del 38 per cento rispetto al 27 per cento del secondo scaglione. L’altra criticità è “l’affastellarsi di detrazioni e deduzioni fiscali, che vanno razionalizzate, senza toccare i pilastri come i mutui, le spese sanitarie, quelle scolastiche, i bonus per l’edilizia”. Vi è, infine, la necessità di riorganizzare e unificare in un assegno universale per le famiglie gli strumenti di sostegno per i figli a carico, detrazioni Irpef, assegno per nucleo familiare, maggiorazione per famiglie numerose e bonus bebè.

Lo scenario sul quale sta lavorando il ministero dell’Economia è, dunque, quello di una riduzione del numero e del livello delle aliquote. Nell’idea iniziale di Conte vi era l‘accorpamento dei primi due scaglioni Irpef ma realizzando un solo scaglione con l’aliquota al 20% (invece che il 23% fino a 15 mila euro e il 27% tra 15 e 28 mila euro) – secondo le stime riportate dal Corriere della Sera – “ogni punto di riduzione della prima aliquota costerebbe circa 4 miliardi”. Dunque l’accorpamento dei primi due scaglioni costerebbe non meno di 20 miliardi di euro, oltre un punto di prodotto interno lordo rendendo la riforma troppo costosa e difficilmente sostenibile.

Per il ministro per gli Affari Regionali Francesco Boccia – intervenuto oggi sulla questione –  “la cosa più importante è abbassare sensibilmente la prima aliquota”. “L’aliquota più bassa, al 23% – ha spiegato il Ministro in un intervento su Radio Capital – è troppo alta e non ci può essere una distanza così ridotta tra la più bassa e la più alta. Inoltre cinque aliquote sono troppe e vanno ridotte. Se si arrivasse a quattro o tre nessuno si scandalizzerebbe”. Nonostante i costi secondo Boccia la strada dell’accorpamento delle due aliquote più basse al 20% è “un bel segnale” e si può sostenere “dirottando lì tante risorse già presenti nel bilancio dello Stato come gli 80 euro e altre misure che non verranno più usate dopo il 2021 come Quota 100”.

Attualmente – come emerge dai dati diffusi dal vicepresidente dei deputati di Italia Viva, Luigi Marattin – l’Irpef determina un forte disincentivo a lavorare per i redditi medio-bassi. Le aliquote marginali effettive (cioè quello che effettivamente si paga con un euro in più di reddito) sono, infatti, al 30% per chi guadagna 18 mila euro e al 40% per chi guadagna 30 mila euro”.

Nel 2017 – secondo un’analisi riportata dal Corriere della Sera – i contribuenti che hanno dichiarato al fisco un reddito annuo fino al 20 mila euro lordi sono stati 24,3 milioni, oltre la metà dei 41,2 milioni di italiani che pagano le tasse, per un totale versato di 21,7 miliardi di Irpef, cioè circa il 12,5% dell’imposta complessiva del 2017. Dati alla mano uno sgravio su questa fascia, oltre ad avere un costo molto alto, non produrrebbe grandi benefici economici ai contribuenti che ne beneficerebbero.

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