Paradisi fiscali: Cayman sempre in testa, Usa sorpassano Svizzera

Occhio alla scalata della Gran Bretagna. La Tax Justice Network stila nuovo elenco dei paradisi fiscali: sorpresa Stati Uniti che per la prima volta si piazzano al secondo posto

La medaglia d’oro resta ben stretta nella mani delle Isole Cayman, ma c’è una sorpresa a stelle e strisce. Secondo l’edizione 2020 del Financial Secrecy Index elaborato dal Tax Justice Network, al primo posto tra i paradisi fiscali si confermano le Isole Cayman, di recente inserite nella blacklist dell’Unione europea, che hanno raggiunto, dunque, nell’elenco dei cattivi Belize, Fiji, Oman, Samoa, Trinidad e Tobago, Vanuatu, Samoa Americane, Guam e Isole Vergini.

ISOLE CAYMAN NELLA LISTA DEI CATTIVI – Una mossa, tra l’altro, da molti interpretata come una prova di forza dell’UE nei confronti di Londra – a policy europea prevede di evitare di inserire territori sotto il controllo degli Stati membri in questa lista – piccolo (grande) esempio di perdita del potere negoziale britannico sull’Europa oltre che avvertimento a Johnson in vista delle trattative sui futuri rapporti.

SORPASSO A STELLE E STRISCE – Ma tornando ai paradisi fiscali, la novità principale è il sorpasso degli Stati Uniti sulla Svizzera che portano dunque a casa la medaglia d’argento piazzandosi al secondo posto, superando per la prima volta la confederazione elvetica che deve accontentarsi del terzo gradino del podio.

Gli Usa, infatti, mettono sul piatto una vasta gamma di segretezza e di agevolazioni fiscali per i non residenti, sia a livello federale che a livello dei singoli Stati. Inoltre, non aderiscono al Common reporting standard (Crs) dell’Ocse, lo standard globale per lo scambio di informazioni, imponendo però agli altri Paesi il rispetto del loro standard, il Fatca.

OCCHIO ALLA GRAN BRETAGNA – Da tenere sotto controllo la “performance” della Gran Bretagna che scala posizioni verso il vertice piazzandosi nel 2020 al 12° posto della graduatoria rispetto al 23° della classifica 2018.  Le undici posizioni guadagnate in due anni, alimentano le paure di chi ritiene che Londra possa trasformarsi in una sorta di Singapore sul Tamigi dopo l’uscita dall’Unione europea.

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