Iva, rischio aumento. Ma potrebbe costarci molto caro: 23 miliardi di consumi in meno in 3 anni

"Uno stop alla domanda interna che farebbe rallentare anche il PIL, con una riduzione di 1,2 punti della crescita stimata tra il 2019 ed il 2021": l'allarme di Confesercenti

(Teleborsa)  Uno scenario, a dir poco, nefasto che potrebbe aggravare la già precaria situazione economica attuale, fatta di piccoli e faticosi passi avanti.  Insomma, una pericola battuta d’arresto. Vivamente sconsigliata quando il quadro generale è già così debole.

L’aumento dell’IVA rischia di portare ad uno stop della fragile ripresa italiana, già data in indebolimento nei prossimi anni: per questo riteniamo che sia prioritario trovare una soluzione che eviti ulteriori stangate, per quanto costosa”. Queste le parole di Mauro Bussoni, Segretario Generale di Confesercenti che lancia l’allarme.

23 miliardi di consumi in meno nel triennio – Sul piatto ballano 23 miliardi di consumi. Se dovessero scattare, gli aumenti IVA imposti dalle clausole di salvaguardia avrebbero un grave impatto sui consumi, portandoci a perdere nel corso del prossimo triennio 23 miliardi di euro di spesa, circa 885 euro a famiglia. Uno stop alla domanda interna che farebbe rallentare anche il Pil, con una riduzione di 1,2 punti della crescita stimata del prodotto interno lordo tra il 2019 ed il 2021. Una prospettiva allarmante, ma che non sembra troppo lontana: il primo passo per disinnescare le clausole, infatti, è inserire la previsione di un intervento di sterilizzazione già nel prossimo Def, il documento di economia e finanze che dovremo presentare in sede europea il 10 aprile, a meno di un mese da oggi.

UNA PREOCCUPANTE SIMULAZIONE – Le stime sull’impatto della misura arrivano da una simulazione condotta, appunto, da Confesercenti a partire dagli aumenti automatici dell’IVA previsti dalle clausole di salvaguardia a partire dal 2019: 1,5 punti in più per l’aliquota ridotta, che passerebbe dal 10 all’11,5%, e 2,2 punti aggiuntivi per quella ordinaria, che salirebbe dal 22 al 24,2%.

PIL A RISCHIO FRENATALe conseguenze sulla crescita della nostra economia sarebbero significative. In particolare, sulla base delle relazioni storiche si stima una riduzione della crescita in termini di Pil pari allo 0,3 nel 2019 e dello 0,4% nel 2020 e nel 2021, legata in prevalenza all’incidenza della misura sull’inflazione e sui consumi delle famiglie. L’impatto atteso sui prezzi, infatti, è di un aumento dello 0,6% già nel 2019 e dello 0,7% per entrambi gli anni successivi, per i beni di largo consumo ma anche per prodotti e servizi turistici. Una stangata che secondo le nostre analisi si trasformerebbe quasi del tutto in contrazione degli acquisti, con un effetto immediato e crescente sui consumi, che perderebbero mezzo punto già nel 2019 per arrivare a perdere quasi un punto (-0,9) nel 2021. Anche l’entità del saldo di bilancio risulterebbe ridimensionata dalla frenata generata dagli aumenti IVA.

I NUMERILa sterilizzazione degli aumenti previsti dalle clausole per il solo 2019 costerebbe oltre 12,4 miliardi di euro. Risorse che si aggiungerebbero ai 22 miliardi già impegnati solo nell’ultima manovra per sterilizzare completamente la clausola per il 2018 e, parzialmente, per il 2019, che sono stati coperti per la metà con aumenti di entrate e tagli di spesa e per l’altra metà con indebitamento aggiuntivo. Una conferma di come le clausole siano diventate uno dei principali vincoli, che dal 2011 limita pesantemente gli spazi della politica fiscale, praticamente l’unica leva disponibile per un Governo di un Paese Ue. Da strumenti destinati a garantire gli equilibri di finanza pubblica, le clausole hanno finito per connotarsi come soluzioni che rispecchiano difficoltà e ritardi nell’effettiva realizzazione della revisione della spesa pubblica, ma che nel contempo paralizzano le leggi di bilancio.

A RISCHIO 10MILA IMPRESE – L’imperativo, dunque, è limitare i danni, evitando di aggiungere vittime a vittimeAccantonata la sfida del voto, le forze politiche dovranno quanto prima confrontarsi con gli impegni assunti di fronte all’elettorato, ma prima ancora dovranno riflettere sulla situazione esistente. La pressione fiscale sui consumi, tra IVA, accise, bolli e quant’altro, in Italia è già molto alta. Alzare ancora il livello di imposizione porterebbe inevitabilmente ad un ulteriore frenata, lasciando sul campo, secondo le nostre stime, circa 10mila imprese del commercio, ancora in difficoltà per l’onda lunga della grande crisi. Serve una scelta politica condivisa per eliminare, una volta per tutte, questa spada di Damocle che pende sull’economia e ipoteca le leggi di Bilancio fin dal 2011″, ha concluso Bussoni.

Iva, rischio aumento. Ma potrebbe costarci molto caro: 23 miliardi di ...