Giganti del Web alla berlina: al Fisco italiano solo “briciole”

Giganti del web sempre più presenti nel nostro Paese. Ma il contributo di questi "ospiti" al Fisco è piuttosto "magro"

Giganti del web sempre più presenti nel nostro Paese, dal Google a Booking.com, da Expedia ad Amazon, anzi quest’ultima ha registrato una impennata delle vendite in questi ultimi due mesi di lockdown, complice la chiusura delle attività commerciali e l’impossibilità di muoversi da casa. E nonostante, la crescita costante del fatturato dei big di Internet, il contributo di questi “ospiti” al Fisco è piuttosto “magro”.
Lo denuncia, di nuovo, la CGIA, associazione che rappresenta imprese artigiane e PMI, fornendo qualche numero e mettendo alla berlina anche alcune grandi aziende italiane, che negli ultimi anni hanno “traslocato” in uno dei più attraenti paradisi fiscali europei, l’Olanda.
I NUMERI DELLE BIG DEL WEB
Nel 2018, ad esempio, l’aggregato delle controllate in Italia appartenenti ad una quindicina circa di big tecnologici –  Amazon, ADP; Alibaba, Alphabet, Booking, Expedia, Facebook, Microsoft, Oracle, Otto, Qurate Retail, Salesforce, SAP, Uber Technologies, Vipshop e Apple – ha fatturato 2,4 miliardi di euro, pari allo 0,3 per cento del totale WebSoft mondiale. Gli addetti che lavorano nel nostro Paese sono quasi 10 mila e questi colossi dell’hi-tech fanno pervenire poche “briciole” al Fisco italiano: solo 64 milioni di euro.
NON SOLO GIGANTI DEL WEB
Da qualche anno a questa parte molte grandi aziende italiane si sono “adeguate” ed hanno spostato la loro sede legale (e fiscale) nei cosiddetti paradisi fiscali europei, come l’Olanda e l’Irlanda. Non solo la FCA – Fiat Chrysler Automobiles, ma anche Luxottica, Illy, Ferrero, Telecom Italia, Cementir, Saipem e le grandi partecipate statali come Eni ed Enel. Una scelta in molti casi sofferta, ma necessaria per tenere il passo con le big internazionali ed usufruire dei bassissimi prelievi su dividendi, plusvalenze da cessioni/partecipazioni e royalties.
IL CONTO SALATO DELLE PMI 
Nello stesso anno, invece, le nostre micro e piccole imprese, con meno di 5 milioni di fatturato, hanno generato un volume d’affari di 926,7 miliardi, dando lavoro a più di 10 milioni di addetti. Il contributo fiscale giunto all’erario  da queste piccole realtà è stato di quasi 39,5 miliardi di euro: un importo di 600 volte superiore al gettito versato dalle multinazionali del web.
CGIA SUL PIEDE DI GUERRA
“Ormai è diventata una questione di giustizia sociale. Grazie al boom dell’e-commerce, in questi due mesi di lockdown le multinazionali del web presenti in Italia hanno aumentato i ricavi in misura esponenziale, mentre la grandissima parte delle piccole imprese è stata costretta a chiudere l’attività  per decreto”, spiega Paolo Zabeo, coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA. “Se ai primi il peso delle tasse continua a rimanere insignificante – sottolinea – ai secondi il carico fiscale ha raggiunto livelli non più sopportabili che il decreto Rilancio è stato in grado di alleviare solo marginalmente”.
Sul dl Rilancio interviene anche il Segretario della CGIA Renato Mason: “E’ vero che oltre agli indennizzi diretti, comunque del tutto insufficienti, è stato introdotto anche l’azzeramento dell’acconto e del saldo Irap di giugno, la riproposizione dei 600 euro, la detrazione del 60 per cento degli affitti delle attività che hanno visto crollare di almeno il 50 per cento del fatturato negli ultimi 3 mesi e il taglio delle bollette. Ma tutto questo è ancora insufficiente a colmare la rovinosa caduta del fatturato registrata in questi ultimi mesi da tantissime piccole imprese che, a differenza dei giganti tecnologici, non possiedono la liquidità sufficiente per reggersi in piedi”.
LA SOLUZIONE E’ EUROPEA
La soluzione proposta per sanare questa “ingiustizia” è l’introduzione di una web tax a livello europeo, che farebbe per far pagare il “giusto” anche a questi giganti tecnologici.

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