Autonomia Regioni, bozza in Cdm: allarme di Roma e Sud

De Luca guida la rivolta del Mezzogiorno: "Faremo di tutto per bloccare il processo", dice il Presidente della Campania

Nel Consiglio dei Ministri, previsto per oggi giovedì 14 febbraio, si discuterà dei testi per l’autonomia rafforzata – ossia del passaggio di nuovi e molti poteri dallo Stato alle Regioni –  di Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna, di cui nei mesi scorsi si è fatto un gran parlare. Un altro appuntamento importante, dunque, sull’agenda già fitta di impegni dell’esecutivo. Lo anticipa Erika Stefani, ministro per gli Affari regionali del Carroccio: “Non c’è nessuno slittamento. I testi sono pronti e li porto in Consiglio dei Ministri domani. Restano dei nodi politici sui quali discutere”.

Ma facciamo un passo indietro. Tutto nasce dai referendum consultivi  che si sono svolti in Veneto e Lombardia il 23 ottobre del 2017. In quelle due Regioni la maggioranza dei cittadini si è detta favorevole a negoziare con Roma lo spostamento  dei poteri su 23 materie. Anche la Regione Emilia – con una legge regionale – ha chiesto più poteri su 15 materie. Come è intuitivo, più poteri alle Regioni significa, per riflesso, riduzione del ruolo della Capitale.
Il 28 febbraio 2018 l’allora governo Gentiloni e le tre Regioni firmarono un accordo di massima, non una legge , che non concedeva alle Regioni poteri sulle tasse.
Il Governo Conte ha fissato al 15 febbraio la firma di una nuova intesa  – altre Regioni si sono unite alle prime tre – e intende presentare un’apposita legge.

Inutile dire che stiamo parlando di un tema spinoso oltre che complicato visto che c’è di mezzo l’equilibrio dell’intero paese oltre che il futuro di Roma, già in dichiarata sofferenza, che secondo alcuni stime sarebbe destinate a perdere migliaia di posti di lavoro da qui a 10 anni. Proprio per questo, la nuova legge dovrà essere votata a maggioranza qualificata. Ovvero alla Camera da almeno 316 deputati e al Senato da 161 senatori.

Una partita nella partita. Va da sè infatti che il provvedimento è a trazione fortemente leghista, da sempre attento alle istanze del Nord, con il Movimento 5 stelle, alle prese con la fresca batosta in Abruzzo, costretto a riguadagnare la fiducia degli elettori al Sud, fortino di voti che però vacilla. Dove penderà l’ago della bilancia?

Terreno pericoloso, insomma, visto che ci si muove su un doppio binario: da un lato infatti bisogna fare i conti con l’aspetto istituzionale/giuridico dell’equilibrio del tutto nuovo tra Stato centrale e Regioni, dall’ altro bisogna riuscire a bilanciare il rapporto finanziario tra Nord e Sud, che da sempre bilanciato non è affatto, col Mezzogiorno che arranca, costretto a rincorrere. 

Le funzioni che lo Stato trasferirà alle tre regioni (Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna)  saranno finanziate in base ai fabbisogni standard. Non da subito. Si partirà dalla spesa storica, in pratica da quanto speso dallo Stato nella singola regione per finanziare le funzioni finanziate o trasferite, per poi approdare ai nuovi parametri di costo virtuoso che dovranno essere determinati entro un anno dalle intese con le regioni.

Responsabilità, efficienza e semplificazione le parole chiave per inquadrare l’obiettivo e l’intento finale della tanto decantata “autonomia” delle Regioni ma monta già lo scontro. 

DE LUCA GUIDA LA PROTESTA DEL SUD – Il presidente della Campania Vincenzo De Luca, in una conferenza stampa, ha fatto un appello al suo partito, il Pd, ma anche al Movimento 5 stelle: “Verifichiamo chi vuole difendere in maniera civile il sud e chi tradisce il Sud”, ha dichiarato. Si è poi rivolto ai dem, ma “in primo luogo alla forza politica che ha avuto larghi consensi nel Sud e che in questo momento è silente, impressionata dal voto in Abruzzo, in letargo”. De Luca ha ricordato di aver chiesto al governo che la Campania possa sedere al tavolo della trattativa sull’autonomia: “E il governo non ci ha ancora risposto. Non siamo degli intrusi ma soggetti cointeressati in maniera vitale alle decisioni che si prendono in relazione a Veneto, Lombardia ed Emilia”, ha concluso.

Intanto 130 nomi di storici, paesaggisti, soprintendenti, intellettuali hanno firmato un appello contro l’autonomia regionale sui temi delicati di ambiente, urbanistica, beni culturali. “Un vento di follia sta investendo il Paese”, si legge, “quanto resta dello Stato viene sbriciolato a favore di Regioni che, in quasi mezzo secolo, hanno spesso dimostrato inerzia, incapacità, opacità a danno della comunità, della Nazione italiana”. E ancora: “E’ un atto costituzionale che assesta un colpo mortale allo Stato unitario, destinato a portare al massimo il caos politico-amministrativo del Paese anche nei suoi rapporti con l’UE e col resto del mondo”. Preoccupa in particolare il fatto che “fra le prime competenze rivendicate in esclusiva vi sono Ambiente, Beni Culturali, Urbanistica (ma non solo)”. 

Contro anche il neosegretario della Cgil Maurizio Landini: “ E’ un processo che aumenta le diseguaglianze. Se le bozze si trasformano in legge è come se si avesse tanti stati all’interno di uno stesso stato, e quindi è come se lo stato non esistesse più”.  

Autonomia Regioni, bozza in Cdm: allarme di Roma e Sud