“Venticinque Aprile, 75 anni”: Liberazione e Rinascita ai tempi del coronavirus

(Teleborsa) – La Festa della Liberazione è da sempre un appuntamento con la memoria e con la celebrazione di una data storica per l’Italia che si rinnova ogni 25 aprile, ma che oltre a unire ha invece, purtroppo, sempre anche diviso. Quest’anno, poi, – nel pieno dell’emergenza sanitaria causata dalla pandemia – si carica di un valore ancor più simbolico.

Una giornata cerchiata in rosso sul calendario – dichiarata Festa Nazionale il 22 aprile del 1946 dal Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi – che segna la liberazione dall’occupazione nazifascista alla fine della Seconda Guerra Mondiale, scelta simbolicamente come data rappresentativa perché proprio quel giorno furono liberate le città di Milano e Torino, con l’inizio della ritirata da parte dei soldati della Germania nazista e di quelli fascisti della Repubblica di Salò, guidata da Benito Mussolini.

Una data che a distanza di 75 anni continua appunto anche a dividere. La storia, che culmina nella data del 25 aprile, infatti, parte molto prima: per l’esattezza, inizia il giorno dell’Armistizio di Cassibile, l’8 settembre 1943 (in realtà firmato in segreto alle 17.30 del 3 settembre del 1943 nella contrada del siracusano tra il Generale Giuseppe Castellano, a nome del Gen. Badoglio e Walter Bedell Smith – futuro direttore della CIA – a nome del Generale Dwight David “Ike” Eisenhower – futuro Presidente degli Stati Uniti – n.d.r.), vero spartiacque per la storia italiana di quegli anni. Ed è lì che l’Italia si divide per la prima volta, aprendo una spaccatura che ancora oggi appare difficile se non quasi impossibile, da sanare.

Il centro-nord è controllato dai nazi-fascisti con una zona di occupazione tedesca e la Repubblica Sociale Italiana, anche conosciuta come Repubblica di Salò. Al centro-sud, invece, nelle mani degli alleati, si forma il Comitato di Liberazione Nazionale ed è qui che si vengono allora a creare delle formazioni partigiane che danno avvio alla Resistenza che, inizialmente composta da poche migliaia di uomini, crebbe fino a contare circa 300.000 uomini nel 1945. Benito Mussolini rimase a capo della Repubblica di Salò per due anni, mentre la situazione precipitava sempre di più. Decise quindi di raggiungere Milano.

Nel pomeriggio del 25 aprile 1945, con la mediazione del cardinale-arcivescovo di Milano Alfredo Ildefonso Schuster, si svolse nell’arcivescovado un incontro decisivo tra la delegazione fascista composta da Mussolini stesso e una delegazione del CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) formata dal generale Cadorna, dall’avvocato democratico-cristiano Marazza, dal rappresentante del Partito d’Azione Riccardo Lombardi e dal liberale Giustino Arpesani. Sandro Pertini arrivò in ritardo a riunione conclusa.

A Milano era intanto in corso lo sciopero generale e l’ordine dell’insurrezione era imminente. Durante l’incontro Mussolini apprese che i tedeschi avevano già avviato trattative separate con il CLN: l’unica proposta che ricevette dai suoi interlocutori fu quindi la “resa incondizionata”. In serata, mentre i capi della Resistenza, dopo aver atteso invano una risposta, davano l’ordine dell’insurrezione generale, Mussolini, lasciò in gran fretta Milano e partì in direzione di Como. Assieme ai fascisti si trovava il tenente tedesco Birzer con i suoi uomini, incaricato da Hitler di scortare Mussolini ovunque andasse. La scelta di dirigersi a Como rappresentava per Mussolini, peraltro assai sconcertato e confuso sul da farsi, una meta che offriva diverse possibilità, anche di poter poi raggiungere la Svizzera.

Mussolini, il “travestimento” e la tentata fuga in Svizzera Un furgone al seguito del corteo di auto con Mussolini e diversi fedelissimi a bordo, che trasportava valori e documenti riservatissimi e di particolare importanza politica e militare, ebbe un guasto nei pressi di Garbagnate. Il furgone fu poi ritrovato il mattino seguente dai partigiani. Il Capo del fascismo giunse alle 21,30 alla Prefettura di Como. Verso le 4 del mattino, cercando invano di eludere la sorveglianza degli “accompagnatori tedeschi”, il convoglio fascista abbandonò precipitosamente Como in direzione nord, costeggiando il lato occidentale del lago lungo la strada Regina, giungendo a Menaggio verso le cinque e trenta, senza problemi.

Ore di discussione con i gerarchi presenti, poi, improvvisa nuova partenza ancora per cercare di liberarsi dalla presenza della gendarmeria tedesca. Il convoglio si diresse in Val Menaggio per giungere a Cardano, frazione del piccolo comune di Grandola ed Uniti, presso la caserma della 53ª compagnia della Milizia Confinaria con sede all’ex albergo Miravalle. A Cardano, Mussolini fu raggiunto dall’amante Clara Petacci accompagnata dal fratello.

Nel frattempo la radio annunciò che anche Milano era stata completamente liberata e che i responsabili del fascismo trovati con le armi in mano sarebbero stati puniti con la morte. Mussolini decise di tornare a Menaggio. Qui nella notte giunse un convoglio militare tedesco in ritirata composto da trentotto autocarri e da circa duecento soldati della FlaK, la contraerea tedesca, diretto a Merano attraverso il passo dello Stelvio. Mussolini, con i gerarchi fascisti e le rispettive famiglie al seguito, decise di aggiungersi a loro. La colonna, tra autocarri, auto e motociclette era lunga circa un chilometro. Alle cinque del mattino partì da Menaggio, ma alle sette, appena fuori dall’abitato di Musso, fu fermata a un posto di blocco dei partigiani delle Brigate Garibaldi.

Dopo complesse trattative, i tedeschi ottennero il permesso di proseguire, a condizione che si effettuasse un’ispezione, e che fossero consegnati tutti gli italiani presenti nel convoglio, nel sospetto che vi fosse il Duce con qualche gerarca in fuga. Mussolini, su consiglio del capo della sua scorta, il sottotenente Fritz Birzer, indossò allora un cappotto e un elmetto da sottufficiale della Wehrmacht, si finse ubriaco e salì sul camion numero 34 della Flak, nascondendosi in fondo al pianale, vicino alla cabina di guida, sotto una coperta militare. Verso le 16 del 27 aprile, durante un’ispezione della colonna tedesca nella piazza di Dongo, Mussolini fu riconosciuto. Disarmato e arrestato fu preso in consegna dai partigiani e accompagnato nella sede comunale.

Tutti gli altri italiani al seguito della colonna militare tedesca furono arrestati: più di cinquanta persone, oltre mogli e figli al seguito. Tra di essi la maggior parte dei membri del governo repubblichino. L’intenzione delle forze alleate era di prendere in consegna il Duce e di affidarlo al controllo delle Nazioni Unite per poi processarlo. Ma il Comitato insurrezionale di Milano formato da Pertini, Valiani, Sereni e Longo, riunitosi alle ore 23 del giorno 27 aprile, aveva già deciso di agire senza indugio inviando una missione a Como per procedere all’esecuzione immediata di Mussolini.

Walter Audisio (poi Deputato della Repubblica), allora “Colonnello Valerio”, ufficiale addetto al Comando generale del Corpo Volontari della libertà (CVL), e Aldo Lampredi, detto “Guido”, ispettore del Comando generale delle Brigate Garibaldi e uomo di fiducia di Luigi Longo (poi Segretario del PCI), furono incaricati di eseguire la sentenza. Claretta Petacci, presente nella zona in incognito con l’aiuto del console spagnolo, fu riconosciuta e arrestata. Chiese di essere riportata in compagnia del Duce e venne accontentata.

Intorno alle ore 3,00 del mattino del 28 aprile, Mussolini e la Petacci furono condotti a Bonzanigo, frazione del comune di Tremezzina, presso una famiglia “fidata” amica di uno dei partigiani. Alle successive 15,15 i due prigionieri furono prelevati e condotti in auto sul luogo scelto per l’esecuzione, a Giulino di Mezzegra, frazione di Tremezzina, in via XXIV Maggio. La coppia venne uccisa a colpi di mitra e di pistola accanto al cancello di Villa Belmonte, una casa di villeggiatura, alle 16,10 del 28 aprile 1945. Sui particolari dell’esecuzione non si è mai avuta una versione certa. C’è addirittura chi sostiene, per la verità senza molto seguito, che Benito Mussolini e Claretta Petacci furono uccisi in precedenza nella casa di Bonzanigo e che la “fucilazione” al cancello della Villa sia stata solo una sceneggiata.

LE DUE FACCE DI PIAZZALE LORETO – ll cadavere di Benito Mussolini fu, quindi, trasportato, insieme ai corpi della Petacci e di altri 18 maggiorenti del partito, a piazzale Loreto a Milano. Le salme furono scaricate davanti a un benzinaio, lasciate a terra (nello stesso posto dove erano stati fucilati 15 partigiani il 10 agosto 1944 dalla milizia fascista, agli ordini dei tedeschi) ed esposte a ogni forma di oltraggio. Col passare delle ore, infatti, accorsero in tantissimi, tanto che il servizio d’ordine, formato da un non alto numero di partigiani e vigili del fuoco, decise di appendere i corpi a testa in giù alla pensilina del distributore di benzina. Quella di Piazzale Loreto resta la pagina di storia sulla quale si è consumata la divisione.

Da allora sono trascorsi 75 anni e mai come ora la sfida imposta da questo periodo storico ci induce a una riflessione profonda sulla ricorrenza della giornata della Liberazione.

Oggi come allora l’Italia sta combattendo la sua guerra, stavolta contro un nemico invisibile. Ma non per questo meno pericoloso. Anzi. Oggi, come allora, il Paese, allo stremo delle forze, sogna il ritorno alla libertà. Ma oggi, esattamente come allora, dalle macerie siamo pronti a gettare le basi di una ripartenza da cui possa prendere avvio un nuovo Risorgimento, nella celebrazione di una data che possa finalmente unirci tutti.

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