Una vita da mediano

(Teleborsa) – Una vita solitaria, la famiglia lontana, anniversari e compleanni dimenticati, la stanchezza di troppe ore percorse alla guida di un TIR o in fila nella speranza di “scaricare” e ripartire: la vita dell’autotrasportatore è piena di sacrifici solo in parte compensati da stipendi che, un tempo erano anche “interessanti”, ma oggi non lo sono più a causa della concorrenza dei Paesi dell’Est europeo. “Una vita da mediano” come canta Ligabue, che in tanti hanno scelto di non fare più, attratti da altri mestieri che, almeno, consentono di vivere la quotidianità e non restare ai margini della società.

E così l’autotrasporto è in crisi, a causa di carenze strutturali, che mettono a repentaglio il futuro di un mestiere fra i più faticosi e poco conosciuti. Se non si agisce subito, si rischia un rallentamento della catena della logistica, che avrà un impatto visibile anche sulla crescita del PIL. Ma cosa sta accadendo in Italia e in Europa? Perché ci sono sempre meno camionisti? Cosa accadrà alla catena della logistica che rappresenta la spina dorsale dell’economia?

Numerosi studi evidenziano carenze non marginali di autotrasportatori “long-distance” in Italia e in tutto l’Occidente industrializzato. C’è una carenza di “risorse umane” e l’autista è un fattore produttivo già divenuto “raro”. Le associazioni di settore da tempo stanno sottolineando il problema che rischia di aggravarsi sempre più. Teleborsa ne ha parlato con Massimo Marciani, Presidente di Freight Leaders Council, e Andrea Manfron, Segretario generale Fai-Conftrasporto.

“Il problema è strutturale, non è emerso solo oggi, ma si estende a livello temporale e geografico, abbracciando tutto il mondo sviluppato. Negli Stati Uniti è molto forte ed anche nell’Europa Occidentale”, afferma Andrea Manfron di Fai-Conftrasporto, aggiungendo che oggi la carenza si sente anche in quei paesi che fornivano manodopera e servizi di trasporto come la Polonia.

“Il tema della carenza di autisti è una questione strutturale”, conviene Massimo Marciani di Freight Leaders Council, anticipando qualche numero: in UK mancano 70.000 autisti, in Germania 80.000, in Polonia 140.000, in Francia 40.000, in Svezia 5.000, in Norvegia 3.000, in Danimarca 2.500, in Spagna 15.000 e in Italia 17.000-20.000. Numeri importanti dunque che riescono a dare la “dimensione del fenomeno”.

Dove nasce questa carenza?

Il segretario di Fai-Conftrasporto spiega che in Italia il problema è particolarmente grave per vari motivi, innanzitutto l’età media che si aggira sui 54 anni. “C’è un gap generazionale, almeno due salti generazionali”, sottolinea Manfron, aggiungendo che “questo è un problema che andrà strutturalmente ad appesantirsi”. Vi sono poi due problemi contingenti che oggi hanno acuito questa carenza: uno positivo che ha a che fare con l’aumento della domanda e l’accelerazione dell’economia, l’altro negativo causato dall’obbligatorietà del Green Pass e dalla presenza di una componente straniera non incline alla vaccinazione. Una componente disposta a tornare in patria, spesso nei Paesi dell’Est europeo come la Polonia, o a spostarsi in Paesi dove non c’è l’obbligatorietà del Green Pass, come la Germania.

Manfron ritiene poi che la carenza sia causata anche da una mancanza di appeal di questo lavoro, che non riesce a compensare i vantaggi economici, rappresentati da “paghe interessanti” e mediamente più alte di quelle che percepisce un operaio specializzato. C’è poi un problema di barriere all’ingresso, rappresentate dal costo di prendere una patente, più la carta di qualificazione del conducente, con una spesa che si aggira mediamente sui 5mila euro, quindi uno scoglio economico da superare. Ultimo problema è che si tratta di un lavoro che non ha una evoluzione nel tempo e non ha percorsi di carriera.

Freight Leaders Council pone l’accento sulle condizioni di vita e di lavoro degli autisti e su scelte miopi delle imprese del settore. “Le condizioni di lavoro e di vita degli autisti sono davvero molto critiche e non invogliano certo i giovani ad avvicinarsi a questo mestiere”, spiega Marciani, ricordando “fino alla fine degli anni ’80, avevamo una grande disponibilità di autisti sul mercato di nazionalità italiana”, ma la “disponibilità è sempre più andata a scemare” a causa di un “grandissimo errore strategico” del settore, che ha preferito puntare sulla delocalizzazione e “su stipendi meno onerosi piuttosto ché su professionalità più adeguate al mercato che si andava a delineare”.

Quale impatto sull’economia?

“Terrificante per tutta l’economia. Ascoltiamo da più parti che le stime di crescita per quest’anno potrebbero essere superiori al 6% indicato dal Governo nel DEF, ma nessuno si preoccupa del fatto che se la logistica rallenta, quell’obiettivo non è in alcun modo raggiungibile. La logistica è il fattore abilitante allo sviluppo dell’economia; possiamo dire assolutamente no logistica, no PIL!”, avverte Marciani, ribadendo che, per consentire al nostro Paese di recuperare il terreno perduto con le altre economia europee, , occorre “promuovere un’azione di riqualificazione del mestiere dell’autista, un professionista del trasporto su strada, un operatore qualificato, accompagnato alla propria attività con una formazione adeguata, reso consapevole delle dinamiche lavorative e sociali che si creano attraverso il suo contributo lavorativo alla filiera logistica”.

Parliamo di soluzioni…

Per Fai-Conftrasporto si potrebbe innanzitutto abbassare l’età per le patenti da 21 a 18 anni ed iniziare a ragionare sulla possibilità di offrire un contributo sul costo di 5mila euro necessario a prendere tutte le abilitazioni alla guida, magari anche con dei meccanismi di defiscalizzazione delle imprese che assumono. Si potrebbe poi rimediare alla carenza strutturale di formazione nel campo del trasporto e della logistica, cominciando dagli istituti professionali che fanno logistica e garantendo anche un percorso per il “CQC” con 600 ore di formazione dal ammortizzare all’interno del percorso formativo-scolastico. Infine, dal momento che questo lavoro è appannaggio di stranieri, si potrebbe “ragionare” sul decreto flussi, garantendo una quota dedicata ai lavoratori dell’autotrasporto (ad esempio 1000-2000 autorizzazioni) con formazione in loco ed un ingressi controllati.

Anche Freight Leaders Council ritiene che occorra “aiutare i giovani ad avvicinarsi a questa professione, avendo bene in mente un percorso per quelli che hanno interesse a lavorrea in modo stabile nel settore della logistica”. “In questo settore – sottolinea Marciani – “l’automazione avrà il medesimo impatto delle catene di montaggio nell’industria di inizio secolo. Dobbiamo puntare ad avere operatori tecnici capaci ed interessati a gestire la tecnologia che sta invadendo il settore piuttosto ché “camionisti” sottopagati, senza diritti, ai margini della catena del valore, sempre pronti ad uscire – legittimamente – da questo mercato non appena si presenta una soluzione lavorativa migliore”. La soluzione sta dunque nel creare delle skill e nel “proporre un percorso evolutivo che ponga la professionalità e l’importanza del ruolo svolto al centro dell’interesse della committenza e dei destinatari finali delle merci”.

Il camionista: opportunità o mestiere in estinzione?

“Il mestiere di camionista come lo abbiamo conosciuto nel secolo scorso è in estinzione così come lo sono stati i minatori delle miniere di carbone”, afferma il Presidente di Freight Leaders Council, ribadendo che “non cambierà la necessità di svolgere un trasporto su strada delle merci ma cambierà il modo da un trasporto tutto gomma sul lunghe direttrici ad uno intermodale, prevalentemente autonomo e automatizzato, con l’intervento umano soprattutto nel primo e nell’ultimo miglio”.

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