Tornano le “zombie bank”

L’intero sistema bancario europeo rischia di scivolare sulle più severe norme emanate dalla BCE in tema di requisiti patrimoniali e inciampare pericolosamente sulla crisi delle materie prime, che ne ha indubbiamente appesantito i bilanci.

Come per i colossi bancari americani nel 2008, anche per i big europei del settore, non mancano segnali di crisi, anticipatori di un collasso imminente.

Proprio per questo, tre colossi bancari come Deutsche Bank, Barclays e Standard Chartered sono severamente impegnati ad uscire dalla palude in cui si sono inoltrati e nella quale rischiano di affogare se i rispettivi management non riusciranno nella missione di riportarle in linea di galleggiamento.

Iniziamo da Deutsche Bank. La banca tedesca, coinvolta pesantemente nella crisi della Volkswagen e nel rallentamento economico cinese, ha annunciato una radicale ristrutturazione come parte di un’iniziativa più articolata, tesa a riguadagnare competitività reputazione, oltreché una redditività da tempo ai minimi termini. Il bilancio riporta una perdita di oltre 6 miliardi di euro e un surplus di personale di 35.000 unità. Il CdA, che ha messo in sella il nuovo amministratore delegato John Cryan, punta inoltre ad azzerare il dividendo per oltre due anni e a liquidare le significative partecipazioni nella tedesca PostBank e nella cinese Hua Xia Bank. Come epilogo nel processo di razionalizzazione in corso ci sarebbero le definitive uscite da paesi come Danimarca, Norvegia, Finlandia e Nuova Zelanda, oltreché da Argentina, Messico e Perù. Non va dimenticata poi la fortissima esposizione della maggiore banca tedesca che monta a quasi 55 mila miliardi di euro, come riporta l’americana Zerohedge. Una montagna di soldi, pari a 20 volte il PIL tedesco e oltre 5 volte quello dell’intera Euro zona.

Pesante anche la situazione della britannica Barclays, che ha comunicato di recente un calo dell’utile, superiore alle attese degli analisti di 1,43 miliardi di sterline, contro 1,65 miliardi previsto. Non è un caso che, anche se a carissimo prezzo, sia da poco stato chiamato al timone della banca britannica, Jes Staley, proveniente da UBS e con grande esperienza maturata in Morgan Stanley, per rimettere Barclays sulla giusta rotta. Le voci riguardano un aumento di capitale da oltre 5 miliardi di sterline e una razionalizzazione delle attività che ad oggi, complessivamente, costano alla banca poco meno di 15 miliardi di sterline.

Il negativo andamento del mercato delle materie prime ha risucchiato violentemente anche Standard Chartered, altro istituto britannico. Esposta pericolosamente anche in Asia, per la banca londinese si parla di un cospicuo aumento di capitale che gli analisti prevedono possa arrivare anche a 6 miliardi di sterline, dai 2,5 miliardi messi in preventivo. La strategia di rilancio della banca fa conto anche su un massiccio piano di riduzione dell’organico, che colpirà duro i vertici dirigenziali, con tagli di 1000 dirigenti sui 4000 attualmente in forza alla banca. Un drastico taglio anche dei dividendi per 600 milioni di sterline, chiude il piano del board della banca, guidata dal Ceo Peter Sands.

Tornano le “zombie bank”
Tornano le “zombie bank”