Terra, il malato non immaginario

(Teleborsa) – Pensate al numero 2. Il suo valore è relativo, dipende da cosa si sta parlando per dichiarare che la quantità “2” sia piccola o grande. Adesso pensate di farvi una doccia con acqua a 38 gradi centigradi e poi di alzare la temperatura a 40 gradi, oppure di vestirvi con maglioncino leggero perché la temperatura esterna è di 24 gradi o andare in giro con una t-shirt a maniche corte perché la temperatura esterna è di 26 gradi. La vostra pelle noterà la differenza, quindi, quando si parla di temperatura, 2 gradi è un valore grande e sensibilmente sostanzioso.

Ebbene, a Parigi, le quasi 200 delegazioni provenienti da tutto il mondo, che si stanno confrontando alla conferenza sul clima Cop 21, cercano di trovare un accordo fattivo per la limitazione del riscaldamento del Pianeta entro 2 gradi centigradi, il che vuol dire ridurre tra il 40% ed il 70% entro il 2050 l’emissione di gas serra tramite un’energica politica di decarbonizzazione e riduzione della deforestazione.

Il “clima rovente” che si respira in Cop 21 è palesato nelle dichiarazioni del presidente degli USA Barak Obama che ha mestamente ammesso le difficoltà di mettere d’accordo così tanti attori tra i quali c’è la Cina, ormai asfissiata dallo smog delle sue megalopoli, che annuncia drastici provvedimenti e l’India, forte di rivendicazioni post coloniali, che non vuole nemmeno affrontare il problema della limitazione dell’uso del carbone come combustibile fossile delle sue centrali elettriche, motori della propria promozione mondiale a nuova potenza economica.

In tutto questo bailamme, che il segretario dell’ONU Ban Ki-moon cerca di governare per trovare misure fattive, sembra fievole la voce degli scienziati, quasi uno squittio sovrastato dallo “sbraitare” della politica. Sono però gli scienziati che hanno i numeri dell’immane catastrofe incombente sull’uomo e tra questi i nostri Gianmaria Sannino, Andrea Alessandri, Fabrizio Antonioli dell’ENEA che in un interessante comunicato stampa, che evidenza lo studio pubblicato sulla rivista Nature Scentific Report, ci danno l’esatta dimensione del problema.

Per essere efficaci prendiamo ad esempio quello che accadrà ai nostri dintorni se a Parigi non si troverà un accordo mondiale. Il progressivo aumento delle temperature, spiegano gli scienziati italiani, porterà alla “mediterraneizzazione” dell’Europa del Nord, Gran Bretagna e Scandinavia in primis, e l’ “africanizzazione” del sud Italia che soffrirà di estremi climatici sempre più evidenti: inverni ed estati sempre più secchi con diminuzione delle precipitazioni e conseguente inaridimento generale del territorio.  Il resto d’Italia dovrà sopportare una specie di “savanizzazione” del clima con frequenti alluvioni dovute a forti precipitazioni estemporanee, molto intense, e lunghi periodi siccitosi accompagnati da ondate di calore. Se questo non bastasse a rendere l’idea, si aggiunge il pericolo per le zone costiere e lacustri del nostro Paese delle quali Venezia sarà sicuramente la vittima più eccellente ed alla quale si aggiungeranno tutta la zona del delta del Po, la foce del Tevere e tante altre parti di indubbia importanza antropologica, storica e paesaggistica.

Vi pare, quindi, che il numero 2 sia così insignificante? Ammesso che fosse possibile, provate a dirlo a quelli che hanno reso Venezia il sacello dell’arte oggi universalmente noto e ditegli che l’umanità ha barattato la propria esistenza sull’altare dello sviluppo economico in attesa di poter migrare su un pianeta di scorta che non c’è.

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Terra, il malato non immaginario