Salute, Cecchini (IQVIA): “Pandemia ha insegnato che esistono metodi di cura alternativi”

(Teleborsa) – La pandemia ha offerto all’Italia un grande insegnamento: la necessità di individuare metodi alternativi di cura, anche a distanza, per evitare l’effetto interruzione che si è prodotto durante il lockdown ed il conseguente formarsi di code per l’accesso alle cure. Gli italiani hanno sperimentato queste forme di cura da remoto, traendone una esperienza nel complesso positiva. Lo ha spiegato a Teleborsa Isabella Cecchini, Direttrice Dipartimento Ricerche di Mercato di IQVIA, in occasione della presentazione della soluzione Wsalute di Alleanza.

Secondo i dati di IQVIA qual è l’approccio degli italiani verso la protezione della salute?

“La salute è il tema più importante che abbiamo sperimentato in questi ultimi tempi, ma già dai decennio scorso abbiamo osservato una crescita progressiva della consapevolezza e dell’attenzione degli italiani alla salute oltre che ai comportamenti preventivi. Nel tempo è cresciuta la sensibilità e l’attenzione ed oggi vediamo una popolazione sensibile ed attenta, che ha messo la salute al primo posto ed è orientata anche ad attuare stili di vita salutari in relazione all’alimentazione ed anche ai controlli preventivi. Nell’ultima ricerca che abbiamo realizzato il 50% degli italiani dichiara di voler fare controlli preventivi anche in assenza di disturbi”.

“Nonostante questa consapevolezza, abbiamo un quadro piuttosto complesso dal punto di vista delle condizioni di salute: il 61% degli italiani soffre di condizioni croniche come l’ipercolesterolemia, l’ipertensione, il diabete, e sono cresciuti durante la pandemia anche i disturbi psicologici (insonnia, disturbi d’ansia e depressione)”.

“Una gran parte della popolazione ha avuto un’esperienza drammatica durante la pandemia perché è stato in qualche modo interrotto l’accesso alle cure e alle diagnosi. Abbiamo osservato su 1.300.000 pazienti che seguiamo nel tempo una interruzione, durante il primo lockdown ed anche nella successiva ondata, dell’accesso alle diagnosi: Si sono perse complessivamente mezzo milione di diagnosi, si è registrata un’interruzione delle visite specialistiche, soprattutto dei follow-up e delle visite di controllo, ed un’interruzione della diagnostica, oltre 4 milioni di esami non eseguiti (esami del sangue, spirometrie, elettrocardiogrammi). Questo mancato accesso alle cure ha determinato anche una carenza di aderenza terapeutica e forzatamente un’interruzione dei trattamenti”.

“Tutto questo avrà un impatto importante sul piano della salute e ci aspettiamo per i prossimi anni un aggravamento delle condizioni di salute degli italiani, diagnosi più avanzate, maggiore comorbidità, ma anche un impatto sul sistema: liste d’attesa allungate e code”.

“In questa prospettiva ci si attende che si investa sulla salute. Nelle nostre interviste i medici ci dicono che si aspettano investimenti in risorse (più medici e più infermieri) ed investimenti anche in nuovi modelli di cura e interazione del territorio. Abbiamo visto durante la pandemia che l’ospedale non ha potuto reggere il carico della situazione ed in prospettiva il territorio dovrà farsi carico di più medici, più specialisti e di un ruolo accresciuto anche del medico di medicina generale”.

“Anche la telemedicina è uno strumento che potrà favorire il contatto ed integrare le visite tradizionali con visite da remoto. L’esperienza fatta durante la pandemia è stata positiva, la maggior parte dei medici ha usato una serie di strumenti – telefono, email, whatsapp, video-call – per contattare i propri pazienti, un terzo dei pazienti ha avuto esperienze da remoto e la maggior parte ha avuto un’esperienza positiva”.

“In prospettiva si può imparare da questa pandemia a pensare a nuovi modelli di presa in carico del paziente, strumenti integrativi che consentano di sostenere il sistema e anche sviluppare sistemi a distanza, digitali, per mantenere la relazione e la continuità di cura del paziente”.

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