Salario minimo, Rete Imprese Italia: “Fortemente contrari, meglio ridurre pressione fiscale”

Secondo l'associazione di imprenditori, il salario minimo non serve all'Italia. Più utile un abbattimento della pressione fiscale

(Teleborsa) – Piovono no sul salario minimo. La proposta avanzata dal Movimento 5 stelle fatica a trovare alleati, mentre il lato degli oppositori è sempre più affollato.

Ultima a essersi aggiunta a questo elenco è Rete Imprese, l’associazione di categoria che raggruppa Casartigiani, CNA, Confartigianato, Confcommercio e Confesercenti. L’Italia, infatti, non ha bisogno di un’imposizione legislativa sui minimi salariali perché già esistente. “Ribadiamo la nostra forte contrarietà alla regolamentazione per legge del salario minimo: la contrattazione collettiva garantisce già condizioni e strumenti per sostenere i redditi e individuare modalità per migliorare la produttività”.

Il Governo, continua Rete Imprese nella sua nota stampa, dovrebbe concentrarsi invece su altre esigenze ed emergenze, come la proliferazione di contratti sottoscritti da organizzazioni prive di rappresentatività e l’abbattimento della pressione fiscale. I cosiddetti contratti pirata “generano dumping salariale e determinano l’applicazione di trattamenti economici non congrui rispetto a quelli dei contratti collettivi stipulati da chi realmente rappresenta il mondo delle imprese e del lavoro”. Dall’altro lato, invece, è necessario perseguire una politica economica e fiscale che punti alla riduzione della pressione fiscale “ferme restando la necessaria attenzione agli andamenti della finanza pubblica e la prosecuzione dell’azione di contrasto e recupero dell’evasione e dell’elusione fiscale. Così si possono rendere più pesanti le buste paga dei lavoratori e si può dare impulso ai consumi delle famiglie ed agli investimenti delle imprese. La fissazione ex lege del salario – conclude Rete Imprese Italia – sminuirebbe, invece, il ruolo svolto dalla contrattazione collettiva per la individuazione di trattamenti economici congrui e coerenti e rischierebbe di colpire anche tutele collettive e sistemi di welfare integrativi”.

Il salario minimo incassa il no anche dei Giovani Imprenditori di Confindustria. “Sui 9 euro, gran parte dei contratti collettivi nazionali firmati è oltre questa cifra esclusi tredicesima, quattordicesima e così via”, ha ricordato il presidente dei Giovani Industriali, Alessio Rossi, a margine del Fed (Forum dell’economia digitale) a Milano. Anche per Rossi, il vero tema è “cercare di dare una busta paga maggiore ai dipendenti, e quello si può fare tagliando il cuneo fiscale, magari anche con un taglio selettivo, dando il vantaggio ai collaboratori, mettendo più soldi netti in busta paga. Questo l’abbiamo chiesto da sempre, invece con il salario minimo verrebbero colpite le associazioni che fanno contratti in dumping”.

Il salario minimo legale da solo non basta, certo può essere utile in alcuni Paesi dove non esiste il contratto collettivo per tirare fuori le persone dalla povertà, ma non serve a ricostruire una classe media nel nostro continente, unico strumento per rilanciare l’economia”, gli fa eco da Roma il segretario generale della Ces (la confederazione europea dei sindacati), Luca Visentini, concludendo la conferenza nazionale organizzativa della Cisl.

Per Visentini è necessario “rilanciare la crescita dei salari e investire oggi più di sempre nella contrattazione collettiva, che deve essere la priorità assoluta del sindacato europeo nei prossimi due anni: noi vogliamo che ridiventi l’elemento centrale di regolazione del lavoro e dello stato sociale nel nostro continente”, ha concluso invocando una direttiva europea sul tema.

Nel frattempo, il tema è tornato al centro dell’agenda politica continentale. La candidata alla Presidenza del Consiglio Europeo Ursula von der Leyene vorrebbe istituire una legislazione comunitaria che fissi un salario minimo a livello europeo.

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