Ricercatori ENEA a TLB: come ricavare bioplastica dalle acque reflue della filiera casearia

(Teleborsa) – Lo studio dei processi di recupero e della conseguente valorizzazione degli scarti per estrarre biomolecole da utilizzare per la produzione di bioplastiche. Teleborsa ne ha parlato in un “incontro a tre” con Massimo Iannetta, Responsabile della Divisione “Biotecnologie e Agroindustria” dell’ENEA, e con Valerio Miceli, Ricercatore del Centro Ricerche ENEA di Brindisi.

“Nella nostra Divisione ci occupiamo di Agroindustria, partiamo dalla produzione primaria fino al consumo, quindi in tutto questo percorso seguiamo quello che succede all’interno delle filiere agroalimentari – ha così esordito Iannetta introducendo l’argomento – e perciò siamo inseriti all’interno di un Dipartimento che si occupa di sostenibilità, quindi per noi è importante rendere queste filiere produttive, non solo competitive ma anche sostenibili. A tal fine dobbiamo valorizzare tutte le risorse che entrano in gioco nel processo di produzione”.

Se abbiamo quello che oggi viene considerato uno scarto – ha proseguito il Responsabile biotecnologie ENEA – che tra l’altro rappresenta un problema per i produttori, questo scarto noi dobbiamo valorizzarlo per farlo diventare una risorsa. Ci poniamo in termini di ricerca e sviluppo l’obiettivo di mettere in piedi tecnologie, soluzioni, approcci metodologici in grado di rendere uno scarto un valore aggiunto per l’impresa, evitandogli ovviamente un problema che è quello dello smaltimento. In tutto questo noi evitiamo di utilizzare altre risorse per produrre quello che stiamo realizzando con uno scarto, quindi c’è anche un risvolto di tipo etico. Noi evitiamo, per esempio come nel caso delle bioplastiche, di utilizzare delle materie prime estratte dal mais, che invece potremmo utilizzare per l’alimentazione umana. Questo concetto lo applichiamo a diverse filiere, perché per noi rappresenta l’elemento centrale sul quale stiamo focalizzando i nostri sforzi, ovviamente favorendo in questo percorso anche l’integrazione con il mondo delle imprese”.

PROGETTO “BIOCOSI’”

“Legandomi al discorso della valorizzazione delle filiere, noi con il progetto “Biocosì” siamo intervenuti sulla filiera lattiero-casearia – ci ha spiegato Valerio Miceli, Ricercatore del Centro ENEA di Brindisi – partendo così già da un’esperienza dove attraverso dei processi e degli impianti che utilizziamo con tecnologie brevettate, siamo riusciti a separare alcune componenti di biomolecole presenti in questo refluo. Parliamo di un refluo proveniente da una filiera che è abbastanza impattante dal punto di vista ambientale perché rientra in Tabella A e che quindi deve essere smaltito in discariche speciali e pertanto necessita di requisiti particolari per lo smaltimento e di conseguenza con costi che gravano sulle aziende”.

“Intervenendo sulla filiera – ha aggiunto Miceli – siamo riusciti da un lato a mitigare l’impatto ambientale dovuto proprio a questo refluo e dall’altro siamo riusciti a recuperare biomolecole ancora utili presenti in questa matrice. Giusto per fornire qualche dato, in Italia produciamo circa 8 milioni di tonnellate di siero l’anno. Partendo da questo, in una vecchia esperienza avevamo utilizzato queste molecole per produrre energia. Questa volta, invece, ci siamo dedicati sulle bioplastiche. E attraverso queste tecnologie di separazione, siamo riusciti a separare le sieroproteine ancora presenti nel refluo e farle rientrare nell’utilizzo del caseificio stesso, che ne fa ad esempio formaggi arricchiti. Recuperandole, il caseificio ne trae così valore aggiunto, visto che si tratta di materia prima a costo zero”.

Il Ricercatore del Centro Enea di Brindisi aggiunge particolari sulla innovativa e complessa operazione: “Da una parte recuperiamo le sieroproteine che ritornano nella disponibilità del caseificio stesso, dall’altra, invece, andiamo a recuperare l’elemento utile che poi ci servirà a costruire le bioplastiche, ovvero il lattosio, uno zucchero presente ancora in questo refluo. Lo andiamo a separare e a concentrare. Una volta fatto questo, il lattosio concentrato segue la via della fermentazione e da lì, in collaborazione con una startup innovativa che abbiamo in Puglia, attraverso questi processi biotecnologici riusciamo ad ottenere le bioplastiche. In conclusione, partiamo da un refluo che deve essere scartato per poi andare ad ottenere attraverso questa valorizzazione un refluo che diventa materia prima seconda e da lì inizia un nuovo processo legato proprio ai principi dell’economia circolare”.

Massimo Iannetta ha voluto sottolineare che tutto questo avviene all’interno del Centro ENEA di Brindisi, nel laboratorio di tecnologie dei materiali per l’Agroindustria, che utilizza tutta un’altra serie di “competenze sui materiali che permette di integrare anche la matrice, che in questo caso è un derivato della filiera lattiero-casearia, con altre matrici e questo anche per favorire l’utilizzo di questi prodotti per altri scopi. Il tutto si ispira a dei concetti fondamentali – come tiene a sottolineare il Ricercatore – di economia circolare e di bioeconomia in particolare, visto che trattiamo di matrici biologiche”.

Il processo di separazione può avvenire all’interno dell’azienda?

“Noi questa tecnologia, questi impianti di separazione, li abbiamo nei nostri laboratori, ma sono carrellabili e li possiamo portare ad aziende”, ci ha spiegato Miceli, mentre Iannetta a tal proposito ci ha parlato della collaborazione con Granarolo.

“Su questi processi di separazione con tecnologia a membrana abbiamo una lunghissima esperienza – ha ricordato il Responsabile della Divisione “Biotecnologie e Agroindustria” di ENEA – tanto è vero che abbiamo brevettato queste tecnologie e abbiamo collaborato con tantissime imprese. E quella di maggiore risonanza è appunto Granarolo, sempre nella filiera lattiero-casearia. Loro hanno utilizzato una nostra tecnologia sviluppata in maniera prototipale per farne un impianto industriale, oggi operativo a Pasturago (frazione di Vernago, in provincia di Milano). Quindi sulla base di questa collaborazione poi si arriva anche dalla scala banco di laboratorio all’impianto industriale”.

“Tra l’altro – ha concluso Massimo Iannetta – noi abbiamo nel Centro Ricerche Trisaia, in Basilicata, un impianto che si chiama Agrobiopolis che ha proprio questa caratteristica, cioè quella di avere in una Hall Tecnologica tutta una serie di facility legate ai processi agroindustriali che sono di scala pre-industriale. Facility che ci consentono di valutare l’efficacia di tutte le innovazioni di processo che vengono realizzate da scala banco a una scala più vicina possibile a quella industriale”.

(Foto: ©malp/123RF)

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