Referendum: Erdogan vince di misura e per la Turchia scenari diversi

(Teleborsa) – Recep Tayyip Erdogan ha vinto praticamente al fotofinish ma sufficiente per quelle contestate le riforme costituzionali che gli assegneranno i pieni poteri in Turchia. Il 51,3 per cento di SI contro il 48,7 di NO che lo trasformeranno di fatto in un sultan-dittatore con facoltà di fare e disfare a suo piacimento. Una vittoria di misura che proprio per i “numeri”non poteva non scatenare una valanga di accuse dell’opposizione che denunciano la validità di un alto numero di voti, molti dei quali espressi da quanti si sono recati alle urne con certificati elettorali che non presenterebbero il timbro ufficiale. Di conseguenza fasulli.

“La Turchia ha preso una decisione storica di cambiamento e trasformazione tutti devono rispettare – ha detto Erdogan nel primo discorso dopo l’annuncio della vittoria – compresi i Paesi che sono nostri alleati perché la Turchia ha preso la sua decisione con quasi 25 milioni di cittadini che hanno votato sì, con quasi 1,3 milioni di scarto. È facile difendere lo status quo, ma molto più difficile cambiare”.

“Voglio ringraziare ogni nostro cittadino che è andato a votare – ha aggiunto Recep Tayyip – perché è la vittoria di tutta la nazione, compresi i nostri concittadini che vivono all’estero. Questi risultati avvieranno un nuovo processo per il nostro Paese”. 

Ma vediamo cosa prevede la vittoria di Erdogan. Il suo partito che dal 2015 ha la maggioranza in Parlamento con il 49,9% dei voti ora potrà acquisire i poteri esecutivo, giudiziario e legislativo, senza più controlli da parte dell’Assemblea di Ankara. Assemblea di fatto depotenziata nonostante l’aumento di 50 deputati, che salgono a 600. E il “quarto potere”, quello dell’informazione, con oltre 150 giornalisti già in carcere perché accusati di “sostegno al terrorismo” solo per aver espresso le proprie opinioni è impaurito e messo alle corde.

Poi, e non è certo poco, il presidente Erdogan dal 2019 potrà essere rieletto per due mandati consecutivi di 5 anni ciascuno, con una prelazione per ulteriori cinque anni, che lo porterebbe, in teoria, a rimanere in carica addirittura fino al 2034. Di fatto un potere a vita, visto che Recep Tayyip Erdogan “guida” il Paese dal 2002, prima come Premier e poi come Presidente della Repubblica. l’incarico di Premier verrebbe abolito, ci sarebbero due vicepresidenti, e i ministri, senza alcun potere reale, nominati e dimessi direttamente dal presidente. Come è facilmente intuibile, un potere dai netti risvolti dittatoriali e dalle conseguenze imprevedibili per la stabilità dell’intera economia mondiale.

Ora, non appena le autorità certificheranno l’esito del referendum, e non c’è dubbio che nonostante proteste e sospetti ciò accada, nuovi scenari si apriranno per la Turchia dalle conseguenze in ogni caso imprevedibili. Prevedibile, invece, in primo luogo la fine di ogni dialogo per l’ingresso della Turchia in Europa a causa della trasformazione della democrazia del Paese di quello già definito come un sultanato dai risvolti dittatoriali decisamente più simile a sistemi mediorientali che alle repubbliche e monarchie che governano appunto l’Europa.

Anche se in realtà la “politica, al grido dell’interesse comune, è sempre capace nel trovare viottoli e scorciatoie per giungere comunque a destinazione. Non ci sarebbe da sorprenderci. Certamente una Turchia molto diversa da quella pensata dal fondatore della Repubblica, Mustafa Kemal, detto Ataturk, il padre dei turchi, di una nazione laica e candidata all’ingresso nell’Unione Europea.

Anche la questione Ue, vista dall’interno, è destinata rapidamente a cambiare. Erdogan ha già infatti detto di essere pronto a indire un nuovo referendum, e questa volta sul mantenimento della candidatura all’ingresso della Turchia nell’Unione europea. Vuol essere infatti Lui a decidere, non potendo sopportare di essere “respinto”. E di essere anche pronto a un altro voto referendario sulla reintroduzione della pena di morte in Turchia, misura eliminata nel 2004 proprio in virtù di un auspicato ingresso del Paese del Paese euroasiatico in Europa. 

A seguito dell’esito del referendum in Turchia, la Commissione europea ha fatto sapere che “in considerazione del risultato del referendum e le implicazioni di vasta portata delle modifiche costituzionali, anche noi chiediamo alle autorità turche di ricercare il più ampio consenso possibile a livello nazionale nella loro attuazione”.

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