Cosa significa essere o no in “recessione” tecnicamente parlando

Secondo gli ultimi dati Istat sul PIL, l'Italia è fuori dalla recessione, ma che cosa significa questo termine e quali sono le ripercussioni sull'economia?

Secondo la stima preliminare sul PIL pubblicata dall’Istat qualche giorno fa, nel primo trimestre 2019 l’economia italiana ha registrato una lieve crescita, pari allo 0,2%, rispetto ai mesi precedenti e il nostro paese è fuori dalla recessione economica.

Come già previsto da Bankitalia e come lasciavano presagire i dati sulla produzione industriale, l’economia italiana si sta quindi riprendendo e piano piano sta riuscendo a uscire dalla recessione tecnica, dopo i due cali del prodotto interno lordo relativi agli ultimi due trimestri dello scorso anno, chiusi entrambi a – 0,1%.

Si sta assistendo quindi a una leggera ripresa, definita dall’ISTAT “fase di moderato recupero” dopo un 2018 all’insegna della recessione tecnica. i primi mesi del 2019 sono stati caratterizzati non solo da una piccola crescita del PIL, ma anche da un aumento dei posti di lavoro con 60 mila nuovi occupati, in particolare appartenenti alla fascia under 24. Nonostante questo rimane un forte ristagno della domanda interna, un basso ritmo di investimenti nella digitalizzazione e una sovracapacità in un settore importante come quello dell’automotive verso l’elettrico.
Secondo l’Istat questa ripresa è giustificata prevalentemente da un aumento dell’export, che riequilibra il contributo negativo dell’economia nazionale. L’Italia, inoltre, non si è allontanata molto dal livello zero ed è comunque in ritardo rispetto alla crescita degli altri paesi dell’Eurozona, rimanendo ancora il fanalino di coda in Europa.

Che cosa si intende però per “recessione”? In economia questo termine ha un valore molto specifico, in opposizione alla crescita economica. Indica una condizione macroeconomica con attività produttive indicate dal PIL, più bassi rispetto a quelli che si potrebbero ottenere utilizzando in maniera efficiente tutti i fattori produttivi a disposizione, che porta a un aumento della disoccupazione, ad un rallentamento a livello produttivo, nei consumi e nell’accesso al credito.
Concretamente, secondo la teoria proposta dall’economista americano Julius Shiskin, si parla di recessione quando il prodotto interno lordo, che indica tutti i beni e i servizi finanziari prodotti da un paese è negativo in due trimestri consecutivi, proprio come accaduto all’Italia negli ultimi due trimestri 2018. Nel periodo luglio – settembre del 2018, aveva registrato un calo del -0,1%, mentre nell’ultimo trimestre una diminuzione ulteriore pari al -0,2%, portando il paese alla cosiddetta “recessione tecnica”.

Gli effetti della recessione possono essere di vario tipo, in relazione anche alla gravità della situazione e alla struttura dell’economia del paese. Può portare ad un calo della produzione e quindi dell’occupazione, ma anche sfiducia dei mercati finanziari, meno investimenti e in generale un aumento del costo della vita.
Nei casi più gravi, ovvero quando il PIL arriva al -10% oppure la recessione dura per tre o quattro anni, si parla invece di depressione, uno stato cronico di economia in negativo.
Le soluzioni più diffuse sono misure che portano a un aumento della domanda aggregata, quindi della richiesta di beni o servizi, oppure una riduzione dei tassi di interesse per stimolare il denaro che viene concesso alle imprese per investimenti, o ancora, una riduzione delle imposte per incentivare le imprese. Trovare il giusto equilibrio tra una spinta all’economia, evitando l’indebitamento dello stato, non è semplice.
Il Ministro dell’Economia, Giovanni Tria, conferma il dato dell’Istat che vedono l’Italia, finalmente, andare verso una ripresa economica, allontanandosi da questi effetti negativi. Ha parlato, inoltre, di “cauto ottimismo” di una crescita annuale che potrebbe essere anche superiore.

Cosa significa essere o no in “recessione” tecnicamente&nb...