Quanto costerebbe non fare la Tav

Se l'Italia decidesse di uscire dal progetto, andrebbe incontro a grossi costi economici e politici

Il governo sembra diventare sempre più concreto. Tra le proposte inserite nel contratto si parla anche di ridiscutere il progetto Tav.

L’affermazione ha creato non poche polemiche: ridiscutere il progetto potrebbe voler dire anche non fare più il progetto Tav. L’ipotesi tuttavia potrebbe creare conseguenze non troppo positive.

Il vicepresidente della regione Auvergne-Rhône-Alpes Etienne Blanc ha infatti dichiarato che “viste le penali da pagare, per l’Italia sarebbe più costoso interrompere i lavori che proseguirli fino alla fine come concordato”.

Già Paolo Foietta, Commissario straordinario del Governo per l’asse ferroviario Torino – Lione, aveva affermato qualche giorno fa: “sono già stati investiti oltre 1,4 miliardi in studi, progetti ed opere finanziati per metà dall’Unione Europea e al 25 per cento a testa tra Italia e Francia. L’Europa ha inoltre già assegnato una prima tranche di 813 milioni di euro di finanziamento, nell’ambito del programma Tent-T 2015-2019, per i lavori definitivi a finanziamento del 40 per cento dei costi sostenuti nel periodo. Il solo costo diretto complessivo da restituire a Ue e Francia risulterebbe senz’altro superiore a 2 miliardi”.

Anche Stephane Guggino, delegato del comitato della Transalpine, che promuove la Tav, è d’accordo con Foietta e Blanc: “la Francia ha sbloccato dei crediti, l’Europa ha fatto altrettanto. Se si decide unilateralmente di sospendere il progetto, di chiudere il cantiere, ciò comporterebbe necessariamente la conseguenza che il Paese che si ritira rimborsi all’Europa e al suo partner francese le somme che hanno speso”.

Se andiamo a guardare nel dettaglio, non sono previste penali europee nel caso in cui l’Italia decida di abbandonare il progetto. Tuttavia, nonostante l’assenza di penali, se l’Italia uscisse unilateralmente dal progetto, Unione europea e Francia potrebbero rivalersi e chiedere il risarcimento dei costi sostenuti. Potrebbero quindi essere richiesti indietro 700 milioni circa dall’Unione europea e 350 milioni circa dalla Francia: non una piccola cifra.

Oltre a questi, ci sarebbero da restituire circa 813 milioni di finanziamento europeo per il 2014-2019: questi tuttavia non sarebbero una pura perdita. Si tratta infatti di un co-finanziamento: in pratica, oltre a quei soldi, l’Italia deve spenderne altri per completare l’opera. Se quindi l’Italia decide di uscire dal progetto, non spende i fondi, ma non deve nemmeno cercare altri fondi. Di fatti, quindi, risparmierebbe.

Tuttavia non finisce qui. Il commissario Foietta ha infatti previsto altri costi possibili: “se consideriamo i costi per la chiusura dei cantieri esistenti e per la messa in sicurezza degli scavi, oltre a possibili contenziosi con le imprese che hanno già ottenuto l’incarico per i lavori, si arriva facilmente a più di due miliardi di euro.” Bisogna poi considerare “i costi indiretti, in termini di perdita di credibilità dell’Italia e di diventare il ‘missing ring’, l’anello mancante, di un progetto europeo che va dal Portogallo all’Ucraina”, che secondo Foietta, “sono incalcolabili”.

Insomma, non fare la Tav comporterebbe ormai alcuni problemi sia di carattere economico sia di carattere politico. Al momento, il governo ha solo espresso intenzioni: vedremo quali fatti seguiranno.

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