Prezzi petrolio e commodity spingono inflazione

(Teleborsa) – Il forte aumento del prezzo del petrolio e delle commodity internazionali, che si sta già riflettendo lungo la filiera dei prezzi interni, da quelli alla produzione a quelli al consumo, innesca una risalita dell’inflazione – in Italia prevista quest’anno all’1,3% contro il -0,1% del 2020-. Questo aumento dei prezzi, pur non determinando rischi nel medio termine, nell’immediato potrebbe introdurre sabbia nell’ingranaggio della ripresa. Lo rileva il Report “La ripresa dell’inflazione: fattori temporanei, ma possibile intralcio all’avvio della ripresa”, elaborato nell’ambito del progetto MonitorFase3 nato dalla collaborazione tra AreaStudi Legacoop e Prometeia per testare l’evoluzione dell’economia e dei mercati in conseguenza dell’epidemia Covid-19.


Lo studio evidenzia come il prezzo del Brent, nel corso degli ultimi due mesi, sia tornato ad oltre 60 dollari al barile (era a 40 in autunno, dopo essere crollato a meno di 20 nella prima fase della pandemia) e quello delle commodity commerciate a livello internazionale sia cresciuto di oltre il 50%. Aumenti che si stanno già riflettendo lungo la filiera dei prezzi interni. In particolare, per quanto riguarda i prezzi alla produzione, da tempo tutte le componenti evidenziano una tendenza al rialzo e in febbraio la dinamica anno su anno dell’indice è tornata in territorio positivo (+ 0,7%) per la prima volta da giugno 2019. Nei settori manifatturieri, a febbraio l’incremento maggiore sul mercato interno si è registrato nella metallurgia e fabbricazione dei prodotti in metallo (+ 4,2% rispetto a febbraio 2020), esclusi macchine e impianti. Un aumento, quest’ultimo, guidato dalla veloce ripresa della Cina e dall’attesa di crescita della domanda di input per la realizzazione di infrastrutture “green”, uno degli obiettivi del NGEU. Per raggruppamento principale di industrie, l’aumento ha riguardato soprattutto i beni intermedi, + 2,3% rispetto a febbraio 2020.

“La pandemia ha prodotto un vero e proprio infarto nell’economia mondiale” – afferma Mauro Lusetti, Presidente di Legacoop – “le nostre imprese hanno bisogno di punti di riferimento per orientarsi nella grande incertezza e affrontare il futuro. Durante la lunga stagnazione economica degli ultimi anni, eravamo semmai preoccupati della perdurante deflazione. Questo improvviso aumento dei prezzi non ci preoccupa tanto per il rischio di impennate inflattive, quanto perché conferma che al momento la situazione non è ancora sotto controllo. Per questo occorre concentrare tutte le migliori energie di questo paese sullo sforzo di elaborazione delle politiche di ricostruzione; pianificare l’ordinata uscita dalla crisi è l’unico modo di diminuire non solo i rischi, ma pure le legittime preoccupazioni dei mercati e di tutti i cittadini”.

Per quanto riguarda il nostro Paese, l’analisi di AreaStudi Legacoop e Prometeia mette in evidenza come, al netto di questi rischi di origine internazionale, la capacità produttiva inutilizzata, il progressivo allentamento dello stimolo fiscale e i salari bassi eviteranno che le spinte dei prezzi delle commodity surriscaldino l’economia, se non nel breve periodo. Insomma, non si profila, per l’Italia, un rischio di inflazione nel medio termine. Tuttavia, gli aumenti dei prezzi in settori specifici, dovuti verosimilmente a vincoli lungo la catena di produzione, potrebbero rappresentare un problema nell’immediato, introducendo sabbia nell’ingranaggio della ripresa.

Un quadro supportato dalle previsioni sulla dinamica dell’inflazione. Dopo il rimbalzo nell’anno in corso, con un’inflazione al consumo che salirà all’1.3% dal -0.1% del 2020, lo studio prevede un’inflazione all’1.5% nel 2023, dopo un lieve ripiegamento l’anno prossimo (1%), per il venire meno delle tensioni sul prezzo del petrolio e delle altre materie prime.

(Foto: © Pavel Chagochkin / 123RF)

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