Presidenziali USA: come cambierà la politica estera degli Stati Uniti?

(Teleborsa) – Quali implicazioni di politica estera scaturiranno dalle elezioni presidenziali USA in caso di vittoria di Hillary Clinton o Donald Trump? Lo abbiamo chiesto al Professor Andrea Margelletti, presidente del CeSI – Centro Studi Internazionali.

“Hillary Clinton probabilmente continuerà, visto che lei ne è stata l’architetto, la politica di ‘Pivot to Asia’, ovvero focalizzare gli Stati Uniti sugli interessi strategici che hanno nell’Oceano Pacifico e nell’Oceano Indiano, considerando l’Europa e il Medio Oriente come uno scenario oggettivamente secondario”, ha dichiarato l’esperto a Teleborsa, specificando che si tratta di intenzioni pre-elettorali e che possono avvenire degli eventi che cambiano tutto come in passato è successo con l’11 settembre per la politica di George W. Bush.

Dal punto di vista di Trump, invece, sembra che il tycoon sia molto “deciso sul mettere la NATO di fronte alle proprie responsabilità: troppi paesi NATO spendono poco per la propria sicurezza e gli Stati Uniti ne devono in una qualche maniera supplire. Questa cosa ovviamente per l’elettorato americano, che è sempre e tradizionalmente poco incline sia alle tasse federali sia al multilateralismo, è assai importante”, ha osservato Margelletti, specificando che “tanti paesi della NATO, compreso il nostro, potrebbero avere problemi nel momento in cui l’eventuale nuova amministrazione Trump vada alla riscossione dei crediti”.

In più Trump ha una posizione diversa rispetto alla Russia: “ci sono molti paesi della NATO che guardano alla Russia come a un avversario, ed è comprensibile dal punto di vista dello stomaco perché hanno vissuto sotto il giogo sovietico per molti anni, ma dal punto di vista geo-strategico questo è sinceramente meno comprensibile. Trump pare che abbia un’inversione di tendenza”.

La Clinton, invece, ha una politica come hanno avuto molti presidenti democratici, più interventista rispetto a quella tradizionale dei repubblicani, che sono maggiormente isolazionisti. “A quanto abbiamo visto la Clinton considera la Russia, insieme alla Cina, il competitor strategico degli Stati Uniti e quindi punterà a dare a Mosca meno spazi di manovra sugli scenari internazionali”.

Come si rapporteranno l’uno e l’altro con l’Iran?

Dipende, specifica il presidente del CeSI distinguendo due casi. “Se l’Iran presenterà un’opportunità sulla quale investire, e naturalmente a questo punto ne avranno un detrimento sia Israele che l’Arabia Saudita, poiché più sale un attore regionale più dall’altra parte ne scende qualcun altro, oppure se sceglierà di mantenere le tradizionali alleanze, frutto anche di schemi antichi con Israele e con l’Arabia Saudita”.

Come andrà la lotta all’Isis e quali saranno i rapporti con il Medio Oriente?

“Fino ad adesso si è scelto di combattere l’Isis fondamentalmente dal punto di vista militare e naturalmente dopo anni e anni di bombardamenti e con forze di manovra sul terreno rilevanti è inevitabile che l’Isis in una qualche maniera arretri e si ritiri. Dall’altro punto di vista però noi non abbiamo toccato le ragioni per le quali l’Isis è nato, e ad esempio molte delle cosiddette forze sul terreno sono milizie sciite, non parte dell’esercito iracheno, delle vere e proprie milizie che entrano però a combattere nelle zone di tradizionale influenza e maggioranza sunnita dove l’Isis è più forte. Quindi mentre l’Isis arretra contestualmente noi stiamo impiantando i semi per futuri problemi”.

Per quanto riguarda il Medio Oriente più in generale “la minore necessità americana di abbisognare di petrolio fa si che gli americani guardino al Medio Oriente con un occhio diverso rispetto a prima e la terribile esperienza irachena, post Iraqi Freedom, fa si che gli Stati Uniti non siano particolarmente interessati a costruire processi di Nation-building. Gli USA continueranno dunque a guardare al Medio Oriente soprattutto “in un’ottica di contro terrorismo ovvero: troviamo un avversario, un nemico un potenziale terrorista e lo eliminiamo. Quello che poi avviene in quel Paese non è un problema nostro”.

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