Crac bancari, perché il fallimento di una banca è un problema per l’intero Paese

All'origine delle storture del sistema: perché il default fa così paura

Monte dei Paschi di Siena, Banca Etruria, Cassa di risparmio di Ferrara, Banca Popolare di Vicenza, Carichieti, Banca Marche, Casse di risparmio di Cesena, di Rimini e di San Miniato, Veneto Banca, Banca Carige, fino a giungere alla Banca Popolare di Bari: questo il quadro degli ultimi cinque anni relativo a salvataggi in extremis, commissariamenti, ricapitalizzazioni, anticipi cassa e altri interventi ad hoc operati direttamente o indirettamente dai Governi italiani coinvolti per sostenere gli istituti di credito in difficoltà.

Vista la situazione e il fiume di denaro messo sul piatto per risanare le banche al collasso, è opportuno fare chiarezza sul tema, evitando di scadere nella bagarre politica che troppo spesso si affanna in una caccia alle streghe che ora prende di mira il Mes, ora il bail-in, ora l’Esecutivo di turno. Per farlo, è bene aiutarsi con i numeri e comprendere perché il tracollo di una banca può diventare un problema per l’intero Paese.

Innanzitutto è utile far notare che nell’ultimo quinquennio, come riportato dall’Osservatorio sui conti pubblici italiani dell’Università Cattolica di Milano, sono stati spesi tra i 60 e i 70 miliardi per cercare di rimettere in sesto da situazioni critiche alcune banche. Un terzo circa di questa imponente cifra ha avuto coperture statali. Dunque, di fatto, sono stati utilizzati i soldi dei contribuenti. Nello specifico, per quel che concerne il caso della Popolare di Bari, sono 900 i milioni previsti dal governo Conte per salvarla attraverso Invitalia e la banca del Mediocredito.

Ma perché il default di un istituto di credito fa tanta paura? Semplicemente, e drammaticamente, perché può avere un impatto forte su parte di risparmiatori che nulla ha a che fare con la cattiva gestione di una banca. Al di là delle ragioni che possono portare al fallimento (eventuale incompetenza dei vertici, cattiva gestione, mosse finanziarie spericolate, corruzione etc…), laddove subentra una crisi, sono dolori.

E potrebbero essercene ancor di più se il tracollo di un istituto facesse scattare una reazione a catena. Inoltre, c’è da considerare che – a volte – nonostante non si tratti di colossi, le conseguenze su una porzione di territorio potrebbero essere funeste per il tessuto cittadino di una determinata zona.

Quindi? Cosa fare? Lo Stato deve intervenire o no? Non c’è una risposta netta, perché ogni caso presenta situazioni differenti. Il problema è che le banche pare che abbiano una sorta di salvagente perenne. Vale a dire che, se anche mal gestite, prima o poi sanno che qualcuno – lo Stato – arriverà in soccorso. E chi paga alla fine? I contribuenti, fondamentalmente.

Nel 2016 si è tentato di risolvere la questione con il tanto discusso bail-in, la direttiva dell’Unione europea che punta a risolvere le crisi bancarie grazie ai solo azionisti, obbligazionisti e correntisti. C’è stato un dibattito pubblico infuocato nel Belpaese. In molti hanno gridato al colpo di grazia per i risparmiatori in modo un po’ avventato.

Senza addentrarsi in un tema già sviscerato, resta il problema all’origine: le banche vanno salvate con l’aiuto dello Stato o no? Tutte, qualcuna o nessuna? In un mondo ideale non si dovrebbe arrivare alle crisi, riuscendo ad armarsi di ‘anticorpi’ per scongiurarle e mettendo in campo misure più efficaci. Sul banco degli imputati in tal senso è finita anche Banca d’Italia e la sua vigilanza del sistema.

Al netto delle storture del circuito bancario, resta una certezza. A pagare sono di fatto quasi sempre i contribuenti: con i soldi che lo Stato destina ai salvataggi diretti o indiretti oppure con l’eventuale perdita di denaro derivante da un possibile fallimento dell’istituto di credito.

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