Piazza Affari, delisting erodono capitalizzazione. Entrano small cap

(Teleborsa) – Negli ultimi 20 anni le ammissioni a Piazza Affari sono state 448, mentre i delisting sono stati 336, di cui ben 268 sul listino principale (EXM, già MTA), che ne ha guadagnate “solo” 185; per contro il mercato non regolamentato per le PMI (EGM, già AIM Italia, che conta oggi 174 società quotate) ha attratto 263 imprese quotate e ha visto solo 68 cancellazioni. Si è quindi osservato un trend di costante arretramento del numero di società quotate dal listino principale, a fronte di una forte crescita del segmento non regolamentato. Il saldo netto di listing e delisting è comunque positivo e, a fine 2021, è stata superata la soglia record di 400 società quotate (407) a Piazza Affari, ma si è vista anche una mutazione del profilo del mercato azionario, molto più orientato verso le small cap.

I delisting hanno infatti causato una importante perdita di capitalizzazione per Piazza Affari, superiore, negli ultimi 5 anni, a 55 miliardi di euro – “mangiandosi” quasi un quarto della crescita dei corsi azionari dello stesso periodo. In particolare, fra il 2017 e il 2021, sono ben 105 le emittenti che hanno dato l’addio a Piazza Affari. Al 31 dicembre 2021 in Italia il rapporto fra capitalizzazione di mercato e PIL era del 43,8% (vs 218,2% USA; 102,0% UK; 107,6% Francia; 59,4% Germania). Sono i dati che emergono dalla ricerca “Sliding Doors: il flusso di listing e delisting sul mercato azionario di Borsa Italiana (2002- 2021)”, realizzata dall’investment bank Intermonte e dalla School of Management del Politecnico di Milano.

I profili delle società che lasciano la borsa

Negli ultimi 10 anni ci sono state 186 cancellazioni da Piazza Affari (120 dal listino principale e 66 da EGM, ex AIM Italia) e la ricerca ha identificato quattro cluster di società. Il primo è quello delle “Sconfitte” (29% del gruppo), ovvero di imprese delistate perché sono fallite, hanno subito un dissesto finanziario o sono state escluse dal mercato per mancanza dei requisiti. Il secondo gruppo (il più numeroso col 30%) è quello delle “Prede“: si tratta di aziende acquisite da soggetti esterni (spesso esteri) con il conseguente ritiro delle azioni dal mercato. In 9 casi si tratta di un gruppo industriale, bancario o assicurativo già quotato su Borsa Italiana. In altri 4 casi l’acquirente è un gruppo italiano non quotato, mentre in ben 23 casi si tratta di un gruppo industriale straniero. Sono 14 i casi di acquisizioni da parte di investitori finanziari, quasi sempre fondi di private equity, per lo più stranieri. Le Prede hanno registrato un flusso record nel 2021, con ben 11 delisting. Sono imprese caratterizzate da buoni ratio di bilancio e – soprattutto nei 12 mesi precedenti – hanno generato rendimenti positivi.

Il terzo gruppo (poco rilevante, il 14%) è quello delle “Ristrutturande“, società riassorbite in altri gruppi quotati per una logica di riorganizzazione societaria interna, quindi rimaste comunque nel perimetro della Borsa. Il quarto gruppo (che riguarda il 26% del campione) è quello delle “Pentite“. Sono aziende in gran parte presenti a Piazza Affari da 10 o più anni, che hanno ritenuto opportuno abbandonare il listino per decisione interna (o per volontà dei soggetti controllanti o sulla base di considerazioni strategiche discrezionali). Il flusso delle Pentite è aumentato negli ultimi anni, con 8 casi nel 2021, 3 nel 2020, 7 nel 2019 e 7 nel 2018.

Il prezzo pagato da investitori e mercato

Guardando ai rendimenti annualizzati ottenuti dagli investitori che hanno investito nelle IPO e poi sfociate in un delisting negli ultimi 10 anni, si evidenzia che solo le “Prede” hanno dato ampia soddisfazione. In tutti gli altri casi di delisting il bilancio per gli investitori che avevano aderito alle IPO è abbastanza deludente. Analizzando poi i premi offerti nelle OPA contestuali all’uscita da Piazza Affari, si nota che il premio offerto per le “Pentite” è mediamente più basso (di quasi la metà) rispetto a quello offerto nelle acquisizioni esterne delle “Prede”. I soggetti controllanti sono infatti molto meno generosi rispetto agli offerenti esterni, a maggior ragione se si considera che il prezzo di OPA osservato è quello finale, che include eventuali revisioni al rialzo.

L’utilizzo di Piazza Affari come una porta scorrevole

Tra le società che hanno abbandonato Piazza Affari (perché sono andate semplicemente male, o sono state acquisite da altri gruppi o fondi, o sono state riassorbite in altre società sempre quotate, oppure hanno scelto di tornare private) in alcuni casi, in particolare per quelle che hanno deciso di uscire volontariamente, lo si è fatto per ragioni opportunistiche, considerando quindi Piazza Affari come una porta scorrevole dalla quale entrare e uscire per convenienza. Considerano il fatto che diverse “Pentite” dopo il delisting mostrano crescita di volume d’affari, di utili e marginalità, l’abbandono del listino sembra una manovra opportunistica per ritirare le proprie azioni dal mercato a buon prezzo.

“Il messaggio finale che ne traiamo è che la quotazione in Borsa rappresenta un vantaggio competitivo di lungo termine – ha commentato Guglielmo Manetti, amministratore delegato di Intermonte – In quest’ottica, utilizzare l’IPO come porta scorrevole può essere sì una forte tentazione laddove ci siano condizioni attraenti, ma vanifica numerose opzioni future di sviluppo e valorizzazione della società”.

Secondo Giancarlo Giudici, professore della School of Management del Politecnico di Milano, è importante “analizzare attentamente i modelli di business, mantenere un rapporto costante fra comunità finanziaria e imprenditori, a maggior ragione in tempi di transizione dove le imprese dovranno affrontare trasformazioni interne (come la sfida digitale) ed esterne (i megatrend mondiali) mantenendosi competitive”. “Rimanere quotati molto spesso paga di più nel lungo termine rispetto a strategie più opportunistiche di breve respiro”, ha aggiunto.

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