Petrolio, Brent resiste sopra 70 dollari. Le previsioni di BG Saxo

(Teleborsa) – Riflettori ancora puntati sul petrolio l’astro nascente di quest’ultimo scorcio di primavera. Il greggio dopo una lunghissima fase negativa si è impennato grazie alle riaperture post-Covid, alla ripresa della domanda, all’assottigliarsi delle scorte ed alla strategia del “goccia a goccia” dell’OPEC, che non ha certo inondato i mercati di oro nero.

Le quotazioni sono così risalite oltre i 70 dollari, il 2 giugno scorso, un livello dimenticato dal 2018, e marciano spedite verso la soglia degli 80 dollari al barile. C’è chi guarda alla possibilità di una impennata a 100 dollari, con la ripresa della domanda estiva, soprattutto dal settore aereo, ma tutto dipenderà anche dall’offerta dei membri interni ed esterni al cartello e dai frutti del processo di riabilitazione dell’Iran.

Frattanto, il contratto sul Brent del Mare del Nord scambia stamattina sui 70,87 dollari al barile, in ribasso dello 0,87%, mentre il future sul WTI tratta a 68,64 dollari/barile, in calo dello 0,85%.

Le aspettative degli analisti, in realtà, sono piuttosto diversificate. L’analista esperto di commodities Ole Hansen di BG Saxo, joint venture fra Banca Generali e Saxo Bank, mantiene un atteggiamento prudente e non ritiene che “il prezzo del petrolio possa salire fino a 80 dollari/b, ma avendo superato i 70 dollari, la prossima tappa, intorno ai 72 dollari, determinerebbe se il Brent ha abbastanza slancio per sfidare la tendenza al ribasso di tredici anni dal picco del 2008, intorno ai 78 dollari”. Un movimento che nel complesso sarebbe “di breve durata”.

Posto che BG Saxo, senza ulteriori aumenti di produzione oltre luglio, si aspetta un deficit giornaliero di 2,3 milioni di barili al giorno a fronte di una impennata della domanda a quasi 100 milioni di barili/giorno, “il prezzo del Brent potrebbe raggiungere gli 80 dollari/b prima della fine dell’anno, ma, come sempre, molti sviluppi potrebbero rovinare questa previsione. Il più importante è la prospettiva di ulteriori barili dall’OPEC o dall’Iran, se si dovesse raggiungere un accordo nucleare, e non ultimo il prolungato (o nuovo) blocco di Covid-19, specialmente in Asia”.

“Va poi ricordato – sottolinea l’analista – che numerose compagnie petrolifere sono ora vincolate dagli investitori di Wall Street che richiedono azioni per combattere il cambiamento climatico e anche per questo non si affrettano ad aumentare la produzione per inseguire l’aumento dei prezzi”. E questo “solleverebbe un’altra sfida che l’OPEC deve affrontare. Un periodo prolungato di inattività che permetta ai prezzi del petrolio di salire ulteriormente, potrebbe vedere l’inflazione, attraverso l’aumento del costo del carburante, diventare ancora più radicata e prolungata, frenando alla fine la crescita e con essa la domanda di petrolio grezzo”.

(Foto: © Aleksandr Prokopenko / 123RF)

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