Pensioni, la decurtazione della reversibilità per i più ricchi già esiste

(Teleborsa) – Non si placa la bufera sulle pensioni di reversibilità erogate agli eredi alla morte del pensionato o del lavoratore che ha maturato i requisiti per l’assegno. L’idea di fondo dell’Esecutivo sarebbe di collegare le pensioni di reversibilità all’Isee, che andrebbe così a calcolare il reddito familiare e non più quello individuale: una mossa che farebbe abbassare drasticamente il numero di coloro che vi avranno accesso, andando però anche a “colpire” diverse fasce di cittadinanza più deboli.

Per il giovane sindacato della scuola, Anief, quanto previsto nel disegno di legge governativo, che vorrebbe riordinare le prestazioni di natura assistenziale e previdenziale, costituisce un grosso passo indietro, anche perché l’attuale trattamento della pensione di reversibilità implica già non pochi limiti in merito al numero dei familiari e al suo ammontare: oggi, l’importo è infatti pari al 60% della pensione del familiare deceduto se va solo al coniuge. Inoltre, la pensione viene tagliata del 25% se il reddito è superiore a 1.500 euro mensili (tre volte la pensione minima), del 40% se supera 2mila euro e del 50% se l’assegno di quiescenza supera i 2.500 euro. 

“Un eventuale taglio o ridimensionamento delle pensioni di reversibilità rappresenterebbe un passo indietro molto pericoloso, perché a pagare sarebbero anche stavolta, nel 90 per cento dei casi, i cittadini più deboli, a favore dei quali si potrebbe però schierare il giudice”, ha dichiarato Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario confederale Cisal.

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