Osservatorio Censis-Tendercapital: “La Silver Economy nella società post Covid-19”

(Teleborsa) – Dal dramma delle Rsa alle valutazioni socioeconomiche e cliniche sul valore delle vite da salvare che, di fronte al gap tra le risorse della sanità e il picco di fabbisogni legati al Covid-19, hanno imposto il ricorso a criteri di razionamento basati sull’età. Sebbene la società italiana sia entrata nell’emergenza pandemica convinta del valore sociale dei longevi attivi, l’inattesa e virulenta crisi sanitaria del Covid-19 ha colpito duramente gli anziani di tante comunità intaccandone anche il profilo sociale percepito e raccontato. D’improvviso si è tornati a parlare degli anziani come di un gruppo sociale omogeneo, marcato dal dato anagrafico, con porta d’accesso ai 60-65 anni, e, in pochissimo tempo, la longevità da valore è diventata minaccia per le persone e costo per la società. Uno scenario che ha alimentato, e finanche legittimato, un neorancore sociale dei giovani verso gli anziani. Queste le principali evidenze emerse dal Rapporto dell’Osservatorio Censis-Tendercapital “La silver economy e le sue conseguenze nella società post Covid-19” presentato oggi al Censis e sul canale You Tube ItalTV.

Tra gli obiettivi dell’Osservatorio vi è quello di capire se oggi, nel post Covid-19, la silver economy rappresenti ancora una risorsa per la società oppure se la longevità attiva sia, ormai, da considerarsi archiviata e il “delitto d’età” costituisca, non una “terribile parentesi”, ma un’eredità consolidata della pandemia. A tale domanda il Rapporto risponde con la conferma che i longevi – sul fronte di redditi, patrimoni, consumi, stili di vita e valori – costituiscono il motore della vita collettiva, soggetto attivo ed economicamente forte della silver economy.


Nella fase post-coronavirus gli anziani – rileva la Ricerca – guardano al futuro con meno pessimismo e più fiducia degli altri. Il 32,8% si dice ottimista pensando al proprio futuro e a quello della propria famiglia, contro il 10,4% dei millennial e il 18,1% degli adulti. Analogamente i longevi sono anche i più positivi sulle chance di ripresa dell’Italia (20,9%) mentre crolla al 4,9% tra i millennial e al 15,1% tra gli adulti.

Diretta conseguenza della pandemia è, secondo il Rapporto, una netta spaccatura intergenerazionale. Nei giovani è emerso un “nuovo rancore sociale alimentato e legittimato – si legge nello studio – da un’inedita voglia di preferenza generazionale nell’accesso alle risorse e ai servizi pubblici legata alla visione degli over 65 come privilegiati dissipatori di risorse pubbliche”. Dai dati emerge che 5 giovani su 10 in emergenza vogliono penalizzare gli anziani nell’accesso alle cure e nella competizione sulle risorse pubbliche. Nel dettaglio il 49,3% dei millennial (il 39,2% del totale della popolazione) ritiene che nell’emergenza sia giusto che i giovani siano curati prima degli anziani. Il 35% dei giovani (il 26,9% della popolazione) è, inoltre, convinto che sia troppa la spesa pubblica per gli anziani, dalle pensioni alla salute, a danno dei giovani.

Le conseguenze economiche epocali dell’emergenza sanitaria che ha colpito al cuore tante famiglie, ha toccato molto meno gli anziani. Infatti, evidenzia il Rapporto, il 90,7% degli over 65 nel lockdown ha continuato a percepire gli stessi redditi, di contro al 44,5% tra i millennial ed al 45% tra gli adulti. E sui risparmi è il 46,7% degli over 65 a dirsi preoccupato, mentre tra adulti e giovani le quote sono prossime al 60%. Meno toccati dalle difficoltà grazie ai redditi garantiti (sono circa 16 milioni i pensionati che regolarmente percepito la propria pensione) e ai robusti patrimoni, gli anziani sono più preoccupati per le condizioni di figli e nipoti tanto che la loro principale preoccupazione per il futuro riguarda le difficoltà economiche delle famiglie (48% dei longevi) e l’atteso boom dei disoccupati (46,8%). Se questa fascia di popolazione è stata, durante l’emergenza, senza dubbio più garantita, per gli anziani sono aumentati i costi sociali derivanti dalle drastiche misure di confinamento adottate con il lockdown. Il Rapporto evidenza, inoltre, il fallimento del settore della residenzialità per anziani in Italia, con strutture divenute veri e propri amplificatori di contagio da virus. Da una indagine ISS (dati al 5 maggio 2020) sul settore risultano 9.154 decessi, di cui il 41,2% con ospiti risultati positivi a Covid-19 o affetti da sintomi influenzali ad esso presumibilmente ascrivibili. “Una tragedia annunciata per gli italiani – afferma il Rapporto – dal momento che per il 66,9% erano note le condizioni di tante strutture residenziali per anziani”.

Nello studio viene, infine, sfatato un falso mito. Dal Rapporto emerge, infatti, che il Covid-19 “non è stato il virus degli anziani”. Stando ai dati nelle province con i più alti tassi di contagio l’ncidenza degli anziani è contenuta, come accade a Cremona (prima per tasso di contagio ma al 45esimo posto della graduatoria per anzianità) e Piacenza (rispettivamente al secondo e al 36esimo posto). Al contempo, la provincia di Savona (prima per anzianità) si colloca al 30esimo posto nella graduatoria per contagio, così come Biella (seconda nella graduatoria per anzianità e 28esima in quella per contagio).

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