Neobroker alla conquista dell’Italia: i piani delle app da zero commissioni

(Teleborsa) – “Fai trading su azioni ed ETF senza commissioni”, “È semplice. Inizia a investire in soli tre click”, “Non lasciare che le commissioni mangino i tuoi profitti”. Sono alcuni degli slogan con cui i neobroker pubblicizzano i loro servizi online, con l’obiettivo di rendere trading e investimenti più accessibili a una base di consumatori più ampia e che spesso non ha esperienza nella gestione di strumenti finanziari. Sostenuti dall’avanzamento della tecnologia e delle soluzioni fintech, dal denaro delle misure di aiuto pubblico e dal tempo a casa durante la pandemia, i neobroker hanno registrato un enorme aumento di nuovi utenti negli ultimi due anni.

Anche se non c’è una singola definizione e ci sono differenziazioni nell’offerta e nel posizionamento, è possibile identificare elementi comuni nei neobroker: sono società di servizi finanziari create di recente e operano esclusivamente nello spazio digitale; pubblicizzano costi e commissioni molto bassi; i servizi che offrono sono spesso limitati rispetto a quelli offerti da broker affermati; si concentrano sul trading di titoli tramite un’app per smartphone; rispetto ai broker online affermati offrono minori sedi di negoziazione per l’esecuzione degli ordini. Statista stima che i ricavi dei neobroker raggiungeranno i 2,45 miliardi di euro nel 2022 a livello globale e nei prossimi anni mostreranno un tasso di crescita annuale (CAGR 2022-2026) del 2,6%. Gli Assets under management (AUM) sono stimati a 349 miliardi di euro nel 2022 e mostreranno un CAGR 2022-2026 del 5,1%. L’AUM medio per utente è stimato a 5.690 euro nel 2022, mentre gli utenti dovrebbe arrivare a 68 milioni entro il 2026, secondo la ricerca che tiene conto di broker online (come Bitpanda e Degiro), piattaforme di trading (come Trade Republic, BUX e SoFi), piattaforme di social trading (come eToro e Public.com) e piattaforme di investimento retail (come Robinhood e Stash).

Le scelte d’investimento degli utenti

Nonostante l’immaginario collettivo sugli investitori retail sia stato pesantemente influenzato dalla meme stock mania, quando titoli come GameStop e AMC sono stati spinti a rialzi a tre cifre dagli acquisti di utenti che si coordinavano online, il comportamento degli europei è molto diverso. La maggior parte degli investitori acquista ETF e utilizza piani di risparmio regolari. “La percentuale dei trader è minima sulla nostra piattaforma. L’associazione che tante persone fanno coi neobroker è Robinhood negli Stati Uniti, con la vicenda GamStop e il trading spericolato di opzioni e criptovalute, ma è una questione di come ti posizioni a livello di piattaforma e di cosa proponi all’interno dell’app”, racconta Alessandro Saldutti, Country Manager Italia di Scalable Capital, neobroker fondato nel 2014 e attivo in Germania, Regno Unito, Francia, Spagna, Italia e Austria. “Più del 70% dei nostri utenti investe in ETF e la percentuale di persone che investe in ETF è inversamente proporzionale all’età, un dato opposto alla visione classica, ovvero che i giovani vogliono solo tradare crypto, Yolo e non gliene importa nulla di investire per il lungo termine”, spiega il manager della società con 500 mila clienti e 6 miliardi di AUM.

Questi dati, e soprattutto obiettivi, emergono anche da altre società come BUX, scale-up olandese specializzata in investimenti da mobile che è sbarcata a inizio giugno 2022 sul mercato italiano. “Vogliamo essere una piattaforma di investimento e risparmio, non un’app di trading. Ecco perché prediligiamo orizzonti a lungo termine, non speculativi”, spiega il CEO Yorick Naeff. L’investitore medio di BUX ha 30 anni, con quasi la metà dei clienti che appartiene alla generazione dei Millennials, il 25% sono Gen Z e il restante 25% sono Baby Boomers e Gen X. BUX permette anche investimenti per aree tematiche, come aziende sostenibili o brand guidati da donne. “C’è un grande interesse per argomenti come la sostenibilità e l’uguaglianza di genere all’interno delle aziende, quindi la reazione dei nostri utenti, in particolare dei giovani, è stata davvero positiva – spiega Naeff – Le nuove generazioni sono motivate dall’investire in aziende che si allineano ai loro interessi e valori e stiamo lavorando per consentire ai nostri utenti di adottare questo approccio”.

Secondo uno studio condotto su oltre 200.000 utenti di Trade Republic, piattaforma di investimenti tedesca fondata nel 2015 e che oggi raggiunge oltre 280 milioni di persone in sei paesi, il 47% degli utenti afferma di investire per la prima volta nel mercato dei capitali, con circa il 70% degli investitori principianti che ha meno di 35 anni. Circa l’85% del capitale è investito in azioni ed ETF, mentre per gli investitori inesperti è quasi il 90%. “L’ETF più acquistato è MSCI Word, quindi non un prodotto associato a indole speculativa – racconta Emanuele Agueci, Country Manager Italia di Trade Republic – E in generale gli investimenti sono fatti con un orizzonte temporale lungo, con strumenti a bassa volatilità, con l’obiettivo di preservare il proprio patrimonio, battere l’inflazione e mettere da parte un gruzzoletto che possa permettere anche di smettere di lavorare. Solo una percentuale molto ridotta di utenti fa uso dei derivati – tra l’1% e il 2% – e principalmente per proteggere le proprie posizioni”.

La digitalizzazione ha migliorato l’accesso degli investitori retail ai mercati dei capitali, non solo favorendo una proliferazione di app di investimento, ma anche aumentando il numero di persone che si rivolgono ai social media per consigli e informazioni sugli investimenti. Tutto ciò non è privo di rischi. “Sui social media così come sulle app di trading, gli investitori possono essere spinti a investire senza gli obiettivi e/o i motivi fondamentali su cui si basa normalmente una decisione di investimento. Gli investitori tendono ad essere più giovani, a correre più rischi e generalmente più analfabeti finanziariamente. Per molti di loro, sentimenti ed emozioni (come l’emozione di investire, la sfida, la competizione e la novità) e i fattori sociali sono le ragioni principali alla base delle loro decisioni di investimento”, ha evidenziato un recente rapporto dell’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati (ESMA).

L’interesse per il mercato italiano

I neobroker di maggiore successo del Vecchio Continente sono stati fondati in paesi del centro-nord Europa, ma guardano all’Italia come uno dei primi paesi in cui espandersi e come passo fondamentale per scalare. Grazie all’alto tasso di risparmio delle famiglie e della bassa educazione finanziaria, l’Italia viene vista come un grande bacino a cui attingere e dove potenzialmente trovare numerosi utenti.

I depositi bancari degli italiani ammontavano infatti a circa 1.600 miliardi di euro a fine 2021, secondo elaborazioni Fabi su dati Banca d’Italia, con più del 30% della ricchezza finanziaria parcheggiata sui conti correnti, seguiti dai prodotti assicurativi (1.200 miliardi di euro) e dai titoli azionari (1.000 miliardi di euro). Negli ultimi due anni, tra conti correnti e contanti, le famiglie italiane hanno accumulato oltre 153 miliardi in più sotto forma di depositi, con una crescita dell’11% circa da inizio pandemia.

L’Italia per noi è un mercato cruciale e un investimento a lungo termine: gli italiani sono paladini del risparmio, hanno il più alto tasso di risparmio delle famiglie tra i paesi del sud Europa, ma non sono (ancora) paladini degli investimenti – afferma Naeff – Gli investimenti privati in Italia sono molto bassi e la distribuzione geografica è fortemente sbilanciata: il Nord ha accesso all’83% degli investimenti, mentre il Sud ha accesso solo al 3%. L’obiettivo è quindi duplice: da un lato permettere agli italiani di investire meglio i propri risparmi, e dall’altro, democratizzare l’accesso agli investimenti”.

Nonostante la partecipazione ai mercati finanziari continui a crescere anche in Italia – nel 2021 la quota di investitori risulta pari al 34% dei decisori finanziari a fronte del 30% nel 2019 – il dato rimane basso e le scelte orientati a strumenti classici. Le attività più diffuse rimangono i certificati di deposito e i buoni fruttiferi postali (posseduti dal 43% delle famiglie), seguiti dai titoli di Stato italiani (25%) e dai fondi comuni di investimento (24%), secondo il “Rapporto 2021 sulle scelte di investimento delle famiglie italiane” di Consob.

Agueci parla di una polarizzazione: “C’è un piccolo gruppo di investitori e trader molto attivi e con bisogni molto specifici, e poi c’è una lunghissima coda di piccoli investitori che non hanno mai investito, e noi crediamo di essere in una posizione ottima per entrambi i gruppi. Chi non ha mai investito cerca la semplicità, l’intuitività, le commissioni basse, mentre chi è già molto esperto cerca un inventario molto grande, semplicità nell’esecuzione negli ordini e comunque una struttura commissionale bassa”. L’obiettivo di piattaforme come Trade Republic, spiega, è accompagnare il cliente dai primissimi passi, che possono essere un piano di risparmio sull’MSCI Word, agli acquisti delle prime azioni, fino a qualche esperimento di diversificazione con le crypto e alle strategie di hedging con strumenti derivati.

Modelli di business e conflitti di interesse

Nonostante i neobroker cerchino di attirare i clienti con la promessa di “zero commissioni”, alcuni costi ci sono. A seconda delle realtà, vengono offerti abbonamenti mensili e annuali che azzerano le commissioni sui singoli ordini, vengono offerti prodotti a costo zero solo di alcuni partner selezionati o vengono offerti sconti sulle commissioni sono per alcuni tipi di ordini e in alcune sedi di negoziazione. Un elemento critico è come viene eseguito l’ordine, ovvero se in prima persona dalla piattaforma o tramite dei market maker terzi. A questo proposito, c’è un’accesa discussione e alcune proposte di modifica da parte dei legislatori sul cosiddetto payment for order flow (PFOF), pratica usata dai neobroker per cui ricevono pagamenti da terze parti per indirizzare a queste il flusso degli ordini dei clienti. Il PFOF provoca un conflitto di interessi tra l’azienda e i suoi clienti, perché potrebbe incentivare l’azienda a scegliere la terza parte che offre il pagamento più alto, piuttosto che il miglior risultato possibile per i clienti durante l’esecuzione degli ordini. L’ESMA sta sollecitando i neobroker a valutare se, usando il PFOF, sono in grado di soddisfare i requisiti della MiFID II, in particolare quelli sulla migliore esecuzione, i conflitti di interesse, gli incentivi e la trasparenza dei costi.

Uno studio dello scorso anno commissionato da Trade Republic ha concluso che il PFOF porta al miglior risultato per gli investitori quando vengono presi in considerazione i prezzi di esecuzione e le spese di servizio. Da allora, contro-studi pubblicati dalle autorità di regolamentazione olandesi e spagnole hanno affermato che i prezzi delle azioni olandesi e spagnole negoziate nelle sedi PFOF sono peggiori di quelli eseguiti nella borsa principale. Gli studi non hanno però esplorato i costi che sarebbero stati sostenuti dai broker per l’accesso a più sedi. Una recente ricerca dell’autorità tedesca, la Bafin, ha evidenziato che per volumi di ordini bassi l’esecuzione su sedi di negoziazione PFOF è prevalentemente vantaggiosa. Tenendo conto dei costi di transazione, i risultati per la maggior parte dei clienti sono migliori rispetto ai mercati di riferimento. Tuttavia, per volumi di ordini maggiori e con minore liquidità sui mercati di riferimento al momento dell’esecuzione degli ordini, questi benefici sono andati persi.

Trade Republic lavora con un market maker in esclusiva per il PFOF e il Country Manager Italia afferma che questa modalità è “un win-win-win che abbassa ancora di più i costi, semplifica il processo non dovendo gestire flussi verso diversi market maker, ed evita conflitti di interesse perché non c’è nessun interesse a utilizzarne uno al posto di un altro”. “Ci sono state tante discussioni, anche sulle differenze tra come il PFOF è implementato in Europa e in USA – commenta Saldutti – Scalable ti permette di andare sulla borsa aperta di Xetra dove non hai nessun tipo di PFOF, oppure andare sulla borsa di Monaco, operata da market maker, e dove noi riceviamo parte della compensazione da spread bid/ask. Se le compariamo, puntando alla best execution e considerando le commissioni implicite ed esplicite, nel 99% dei casi la best execution è sul PFOF“.

Un approccio diverso arriva dalla società olandese. “Le operazioni di BUX sono supportate dalla propria soluzione di intermediazione, rendendoci la prima azienda ad adattare questo modello in Europa – spiega Naeff – Questo ci consente di essere più efficienti, eliminare la necessità di pagare terzi per i servizi di intermediazione ed eliminare anche piccoli margini per cliente. Noi non lavoriamo con broker esterni. In realtà, siamo la prima piattaforma di investimento mobile che ha costruito la propria piattaforma di brokeraggio da zero negli ultimi anni”.

Gli ostacoli alla crescita e il consolidamento

Nonostante la grande crescita degli ultimi anni e il fatto che ci siano ancora milioni di utenti europei da coinvolgere negli investimenti in prima persona, gli operatori sono consapevoli che alla fine arriverà un consolidamento del settore. Il CEO di BUX pensa che il mercato europeo dei neobroker stia diventando sempre più saturo, in quanto sempre più attori offrono azioni a zero commissioni, e che alla fine ci sarà spazio solo per 3 neobroker in Europa. A una domanda sull’identikit di chi può sopravvivere in questo scenario, risponde che il “vincitore di questa battaglia in Europa” deve: creare un’interfaccia utente fluida e intuitiva; offrire un prezzo competitivo; essere in grado di lanciarsi e adattarsi a un continente europeo diverso per lingue, culture e abitudini di investimento; essere capace di offrire un’esperienza di onboarding senza interruzioni; offrire una community che consenta agli utenti di apprendere e interagire con una vivace community in-app; raggiungere una scala significativa.

“La mia aspettativa è che nell’arco di 5-6 anni il numero di neobroker attivi sarà molto minore a quello che c’è oggi – afferma invece Saldutti – È un’industria destinata al consolidamento. Ora ci sono tanti neobroker e non tutti sono veramente validi”. Alle specifiche del singolo mercato si aggiungono le difficoltà del reperimento di fondi per tutte le startup. I forti ribassi del mercato azionario, la guerra in Ucraina, l’aumento dell’inflazione e le incertezze della pandemia stanno causando problemi alle società innovative che bruciano capitale. A livello globale, il totale di nuovi fondi raccolti è stato in calo nel primo trimestre 2022, la prima volta che accade in quasi due anni. “Nel mondo del tech c’è stato un periodo molto favorevole in termini di finanziamenti, e ora bisogna vedere chi sa operare, sia in un mercato in espansione ma anche in un mercato dai rubinetti chiusi, dove devi necessariamente agire diversamente. Operatori eccellenti in una fase possono non esserlo in un’altra”, sottolinea il manager di Scalable.

Un esempio degli effetti di questo contesto operativo più difficile è quello di Trade Republic. A inizio giugno ha annunciato un’estensione del round d’investimento di serie C da 250 milioni di euro, con un aumento della valutazione a 5 miliardi di euro, mentre pochi giorni dopo ha attuato numerosi licenziamenti ed eliminato alcune posizioni, anche se la volontà è di mantenere un organico da 700 persone tramite un maggiore investimento in alcune aree e una riduzione in altre. “Gli avvenimenti delle scorse settimane derivano da un necessario refocus dell’azienda – commenta a questo proposito Agueci – In un contesto macroeconomico leggermente mutato è necessario fare double down su prodotto e tecnologia. Il refocus ha portato ad alcuni cambiamenti nel team, ma il target per l’organico dell’azienda rimane lo stesso”.