NaDEF, CNEL: deficit 2021 sotto il 10%, rischio crescita senza occupazione

(Teleborsa) – “L’entità della riduzione del deficit è cospicua ma appare subordinata a una ripresa robusta e duratura e alla conclusione delle misure restrittive varate per contrastare la pandemia. La contrazione del debito al momento non tiene ancora conto delle entrate derivanti dalle risorse straordinarie del NGEU”. Ad affermarlo è Tiziano Treu, presidente del CNEL, anticipando i contenuti di un parere del CNEL sulla congiuntura economica che sarà portato domani in assemblea, in vista della Nota di aggiornamento al DEF 2021.

“Il crollo relativo al 2020 è risultato inferiore alle previsioni. Il CNEL è stato il solo organismo a ritenere eccessivamente pessimistiche le previsioni degli osservatori internazionali – è scritto nel documento – Una ripresa meno vivace di quella prevista non comporterebbe solo una revisione al ribasso delle previsioni, ma renderebbe necessari interventi di policy che avrebbero un costo politico. Un primo tema di fondo riguarda quindi le modalità di uscita dalla fase pandemica e dalle politiche estremamente espansive nel corso dei prossimi trimestri”. Nello scenario tendenziale, i conti pubblici nei prossimi 4 anni registrerebbero un deciso miglioramento. Il deficit si manterrebbe stabile quest’anno al 9,5% del PIL e si ridurrebbe a partire dal prossimo, fino ad attestarsi sul 3,4% nel 2024. In quello programmatico, invece, il deficit della PA si manterrebbe per il primo triennio di previsione al di sopra di quello tendenziale. In particolare, nel 2021 anziché ridursi, il deficit continuerebbe ad aumentare (di 2,3 punti percentuali) fino a toccare l’11,8%, mentre si manterrebbe nel 2022-2023 più alto di quello tendenziale rispettivamente di 0,5 e 0,6 punti percentuali di Prodotto Interno Lordo.

Sul fronte delle criticità, occorre sottolineare il rischio concreto di una ripresa diseguale tra le diverse aree del Paese, non solo fra Nord e Sud ma anche all’interno dello stesso Mezzogiorno, con marcate differenze fra regioni sia in termini del rapporto percentuale tra differenza fra importazioni ed esportazioni e PIL regionale (che misura in qualche modo la “dipendenza economica” dell’area geografica), sia in termini di dotazione di investimenti fissi, sia in termini occupazionali (dove la difformità territoriale è enorme soprattutto nella disoccupazione di lunga durata).

Sull’inflazione, malgrado l’interpretazione “tranquillizzante” data dagli osservatori al rimbalzo dei prezzi, esiste comunque sempre il rischio latente che la spinta dei costi delle materie prime si trasferisca sui prezzi finali dei beni, e della possibile conseguente erosione di una parte della ripresa a causa del rialzo dei prezzi. Durante le fasi della pandemia il sostegno pubblico al sistema economico e sociale ha inteso salvaguardare soprattutto i livelli occupazionali e la capacità produttiva (con le moratorie sul rimborso del debito e le garanzie sui prestiti che hanno sostenuto la liquidità delle imprese, con regimi di lavoro a tempo ridotto e il divieto di licenziamento, con il sostegno ai redditi e i rinvii delle scadenze fiscali e previdenziali). Ma nel confronto con le grandi economie mondiali va segnalato che la ripresa non appare ancora consolidata, e che nel breve termine dipende ancora dalla messa in atto di politiche espansive. Una revoca prematura del sostegno alla liquidità potrebbe innalzare il rischio di fallimento delle aziende e spingere in alto i livelli di disoccupazione e di povertà, con effetti drammatici sui segmenti più deboli (giovani e donne).

Le misure varate per fronteggiare la crisi economica hanno prodotto effetti positivi sul settore bancario, stimolando l’erogazione di credito, soprattutto alle imprese, dopo anni di credit crunch, e sterilizzando del tutto gli effetti negativi sulla rischiosità, da un lato. Dai dati si evince che la situazione di robustezza del sistema bancario italiano è decisamente migliore oggi, non solo rispetto alla condizione pre-crisi subprime, ma anche rispetto a quella di altri sistemi bancari europei, dall’altro. Il sistema bancario italiano ha oggi la robustezza per poter supportare l’economia nel rilancio post pandemia. Ora è il momento di trasformare delle buone premesse in realtà. Nel complesso, si tratta di un quadro la cui realizzazione è strettamente legata a uno scenario di crescita, sostenuta dalla capacità dell’Italia di utilizzare al meglio le risorse europee, e di realizzare processi di riforma in grado di innalzare effettivamente il tasso di crescita dell’economia. Questo evidentemente espone la finanza pubblica italiana ai rischi derivanti da un quadro dell’economia globale meno positivo nei prossimi tre anni, e da processi di riforma meno efficaci rispetto alle attese.

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