Moda, rischi e prospettive fra Brexit e guerra dei dazi Usa-Cina

(Teleborsa) – I recenti dati forniti da Confindustria Moda hanno evidenziato per il primo semestre del 2019 una crescita del 7,2% dell’export dell’industria del fashion. Tuttavia, i rapporti e gli indici dei principali player del settore prevedono per il 2020 il rischio di instabilità per via della volatilità e l’incertezza dell’economia globale, su cui incide in maniera importante la guerra dei dazi fra USA, Cina e i principali mercati, e la Brexit, che potrebbero notevolmente impattare sulla supply chain nonché sull’M&A.

Condizionamenti questi che impongono nuove sfide all’industria della moda e del lusso, costretta a ripensare i propri modelli di business nell’ottica di minimizzare i rischi di una contrazione dei consumi, quindi di una decrescita, e sfruttare le opportunità potenziali presentate dai paesi dell’area Asia-Pacific e dalla rinegoziazione di accordi bilaterali sui dazi. Di questo si è parlato all’appuntamento annuale sui temi del fashion organizzato da CBA, una tavola rotonda con i protagonisti del settore e gli addetti ai lavori per condividere visioni e prospettive sulla strada della moda.

“CBA organizza periodicamente un ampio programma di incontri tra imprenditori, istituzioni finanziarie e mondo accademico, per avvicinare gli operatori della finanza, manager e esperti di economia nell’ottica di condividere gli strumenti per leggere gli impatti delle politiche nazionali e internazionali sui settori di riferimento. In questo senso il professionista ha un ruolo importante di facilitatore nel confronto fra tutti gli stakeholder per comprendere e affrontare la realtà nei suoi fenomeni economici e politici che impattano il mondo dell’impresa”, ha commentato Angelo Bonissoni, Managing Partner CBA.

Maurizio Dallocchio, Professore Ordinario di Finanza Aziendale Università L. Bocconi di Milano, ha dichiarato: “Il settore della moda e più in generale dell’alto di gamma è centrale per l’economia del nostro Paese e le nuvole all’orizzonte, che si chiamino dazi, Brexit o tensioni politiche-sociali, danno il mal di testa al Sistema Italia. In primo luogo perché le imprese in questione danno lavoro a più del 3% del totale degli occupati nel nostro Paese; poi perché investono, esportano e pagano imposte in misura significativamente superiore alle imprese della filiera ‘indistinta’. La preoccupazione aumenta se si considera che proprio in paesi come la Francia e l’Italia, leader mondiali nei prodotti in questione, hanno visto ridursi l’interesse degli investitori internazionali per le imprese del lusso negli ultimi mesi: nel primo semestre del 2019, in Europa non una sola operazione di M&A fra le prime 15 per dimensioni ha riguardato il modo dell’alto di gamma o della moda. E le operazioni che sono state realizzate, così come i corsi di borsa delle aziende del settore, hanno mostrato prezzi in significativo calo. Va detto tuttavia, ed è una buona Aspirina, che le previsioni di crescita della domanda nel mondo sono tali da lasciar presagire prospettive positive per le imprese italiane… nonostante tutto. Ma attenzione ai ‘millenial’ che nel 2024 potrebbero raggiungere il 50% del mercato complessivo dei prodotti ‘luxury’: sono loro i più aperti ai social network e alle notizie online. E dunque i più influenzabili dalle news che arrivano dal mondo”.

Secondo Filippo Cavalli, Director, Style Capital SGR “la nostra industria è per vocazione naturale connotata da un elevato tasso di internazionalità negli scambi commerciali. Recentemente le aziende hanno dovuto fronteggiare inasprimenti delle politiche doganali e tariffarie che sono state delle esternalità negative che hanno impattato in maniera significativa. Queste politiche sono state in alcuni casi esplicite e repentine, mentre in altri casi implicite e progressive. Le imprese hanno quindi dovuto di volta in volta attrezzarsi e adottare soluzioni organizzative, produttive e distributive diverse, per evitare che il prezzo di queste guerre venisse pagato interamente dal consumatore finale con effetti che sarebbero stati devastanti. Questo è stato uno sforzo enorme che ha confermato la grande capacità di adattamento e reazione delle realtà del settore moda”.

Infine, per Milena Prisco, Counsel di CBA “lo scenario attuale dell’industria della moda vede un forte contrasto fra politiche protezioniste dei maggiori mercati mondiali e l’apertura sempre più globale del B2C grazie alla digitalizzazione che pone il consumatore al centro del sistema in un’ottica di abbattimento delle frontiere (es. Regolamento EU Geoblocking). È necessario tarare con gli operatori del settore strumenti legali adeguati per prevenire o almeno provare a mitigare i rischi economici di politiche protezioniste, che possono in maniera repentina impattare sulla supply chain. Il medesimo approccio lo impone il mercato dell’M&A, dove occorre ripensare alcune strategie contrattuali con il fine di aderire ad una nuova concezione di rischio e con l’obiettivo di gestirne in via preventiva gli effetti”.

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