Migranti, le nuove “difficili rotte” piene di insidie e pestaggi attraverso l’ex Jugoslavia

(Teleborsa) – Velika Kladuša è un campo informale a poche centinaia di metri dal confine bosniaco-croato nel cantone Una-sana, raggiunto dai collaboratori di Teleborsa Nicola Fornaciari e Gabriele Gatti impegnati in un difficile viaggio-reportage con notizie e immagini attraverso le zone della ex Juogoslavia. Nuove rotte battute, irte di difficoltà, ormai percorse di continuo da migliaia di profughi per gran parte in fuga dai conflitti medio-orientali, per reggiungere a ogni costo quel “sogno europeo” di una vita migliore, che poi per tanti tale non si rivelerà affatto. 

Anche qui, come nelle altre numerose e diverse zone attraversate, ci si trova di fronte a una distesa di tende, spettacolo che ci si ripresenta con incredibile frequenza ogni pochi chilometri, e a edifici fatiscenti gremiti di profughi che portano ancora i segni dei bombardamenti degli anni ’90. Stavolta il “campo” si trova all’interno di un terreno di proprietà della compagnia agricola Agrokomerc, nella cui azienda l’attuale sindaco della città Fikret Abdic ricoprì la presidenza prima della guerra.

Abdic non è nuovo alle cronache internazionali poiché nel 1993, durante il conflitto di Bosnia fondò la Provincia Autonoma della Bosnia dell’Ovest, della quale fu governatore fino al 1995. Venne condannato a vent’anni di prigione (mai scontati) per i crimini di guerra commessi nel centro di detenzione da lui creato, dove numerosi avvenivano omicidi, stupri e torture.

Oggi, dopo venticinque anni, nuove violazioni dei diritti umani si consumano nella Bosnia dell’ovest. Stavolta sotto forma di respingimenti coatti e pestaggi da parte della polizia croata nei confronti dei migranti che provano ad attraversare i confini per dirigersi verso il cuore dell’Europa.

Violenze sistematiche e crudeli verso le persone intercettate all’interno della Croazia che iniziano col sequestro di ogni bene. Semplici telefoni cellulari, tablet e smartphone sono i primi oggetti presi e distrutti dai poliziotti. Ogni persona, non si salva proprio nessuno, bambini compresi, sono poi manganellata soprattutto negli arti inferiori come dissuasione ad altri tentativi di ingresso. Da testimoniane dirette, le prove che i poliziotti croati non solo distruggono gli apparecchi mobili, ma si appropriano anche di molti beni in possesso dei migranti comprese le somme di denaro che portano con loro durante il viaggio.

“RaJa, nome di fantasia datole da noi per tutelarne l’anonimato e la sua integrità fisica. è una donna iraniana di 47 anni che è stata catturata dalla polizia croata insieme al figlio quindicenne. Dalle ferite che ha riportato l’evidenza che è stata vittima di una violenta inaudita. I segni dei manganelli sono ben visibili sulla sua schiena e sulle braccia, come in molti ragazzi che erano con lei al momento della cattura. Sono proprio questi giovani contusi, feriti e coperti di lividi, che ci invitano a parlarle e a documentarne le condizioni che, a poche ore dall’aggressione, si trova di nuovo nella sua tenda al campo di Velika Kladuša”.

“Troviamo Raja seduta all’ombra della veranda per ripararsi dai cocenti raggi del sole di agosto. Un lato della bocca è spaccato, le percosse fresche hanno già cominciato a rendere visibili i loro effetti, a creare ematomi bluastri sulle gambe. Ci dice di non riuscire a muovere bene il piede destro e che la testa le duole a causa delle percosse. Scoppia in lacrime, confessandoci di essere stata umiliata e picchiata dalla polizia croata. Ma ciò che più la spaventa è il sequestro, forse il furto, di tutto il denaro che le era rimasto. Suo figlio, un ragazzetto dall’aria impaurita, si lascia sollevare dalla fronte i riccioli castani per mostrare i segni dei colpi ricevuti col calcio delle armi e da grossi bastoni che non lo hanno risparmiato nonostante la giovane età”.

“Un team di emergenza di Medici Senza Frontiere sta proprio nei momenti del nostro arrivo per prendersi cura dei due sventurati. Ciò che non potranno curare tuttavia sono i ricordi nella mente di questa donna e del figlio, che rimarranno per sempre segnati da questi soprusi verificatisi proprio in pieno territorio europeo. Una inaccettabile vergogna”.

Oggi la Bosnia sta rivivendo gli orrori della guerra che ha disgregato quella che era la Jugoslavia con la tragedia dei campi di internamento, delle tende, dei profughi. Soprattutto attraverso gli occhi spaventati e increduli di pakistani, iraniani, afghani e indiani che, senza vie sicure per entrare in Europa, sono finiti nelle mani di gente di un Paese che ancora fa i conti con il dolore della guerra civile.

Nonostante l’insopportabile calura agostana, nessuno qui dimentica che l’arrivo dell’inverno è imminente. E incombe la paura, per il gelido freddo proprio dei territori balcanici. E l’unico rimedio che le agenzie intergovernative prevedono di mettere in atto per fronteggiare la situazione, è  l’apertura di nuovi campi profughi. Altri, in aggiunta ai lager già troppo numerosi, che non faranno altro che inasprire gli animi della popolazione e delle amministrazioni locali bosniache. Finendo col generare ulteriori violenze.

Per la mancanza di piani a lungo termine da parte degli enti internazionali per la gestione dei migranti, le braci di un conflitto vecchio appena di poco più di vent’anni si stanno risvegliando, col rischio reale di trasformare l’Europa in una polveriera.

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